Liturgia & Musica

Questo spazio nasce dalla mia esperienza di moderatore della mail circolare "Liturgia&Musica", avviata nel dic. 2005 per conto della “Associazione Italiana Organisti di Chiesa” (di cui fui segretario dal 1998 al 2011) al fine di tener vivo il dibattito intorno alla Liturgia «culmine e fonte della vita cristiana» e al canto sacro che di essa è «parte necessaria ed integrante» unitamente alla musica strumentale, con particolare riferimento alla primaria importanza dell'organo.

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mercoledì 1 novembre 2017

Il "lavoro nero" dell'organista di chiesa


Gentili lettori,

il 26 ottobre scorso a Cagliari si teneva la 48.a Settimana Sociale dedicata al lavoro.

Anche il Papa Francesco è intervenuto con un video-messaggio [1] nel quale ha condannato la precarietà e il lavoro nero.

Non ho potuto altro che pensare a tutti quei suonatori d'organo che la domenica in tantissime chiese italiane svolgono più o meno regolare servizio liturgico in cambio di una misera mancia "brevi manu": molti di essi sono diplomati in conservatorio, alcuni hanno anche osato conseguire il titolo di studio in "organo per la liturgia" fortemente auspicato dalla CEI nel 2001 [2] ma che dal punto di vista degli sbocchi lavorativi è una solenne illusione (in altre parole: i vescovi italiani ti incoraggiano a prendere la laurea di secondo livello in organo liturgico e poi in cambio di cinque messe ogni domenica e festa ti allungano un'elemosina in contanti).

I soldi per la riqualificazione della musica cultuale ci sarebbero - lo spiegava bene dieci anni fa l'organista titolare del Duomo di Cremona Fausto Caporali in questo suo scritto http://www.organieorganisti.it/ogni-due-organi-restaurati-si-finanzi-un-organista (ma già nel 1999 don Marino Tozzi della diocesi di Forlì-Bertinoro http://liturgiaetmusica.blogspot.it/2014/10/otto-per-mille-agli-organisti.html ) - soltanto che a nessuno alla CEI passa minimamente per il cervello di investire denaro dal calderone dell'otto-per-mille per pagare organisti professionisti che siano anche responsabili della musica e del canto, quanto meno a partire dalla cattedrale di ogni diocesi.

Il problema - come recentemente puntualizzato da monsignor Vincenzo De Gregorio [3] - è meramente culturale: la Chiesa non sente la necessità di investire in una materia che ritiene di opzionale importanza come la musica e il canto nel culto divino, di conseguenza il campo liturgico - che veramente sarebbe vitale per la vita cristiana [4] - è governato dall'anarchia (v. http://liturgiaetmusica.blogspot.it/2017/10/anarchia-liturgico-musicale.html ) .

Insomma: suonare l'organo a messa non è un lavoro, è un servizio liturgico come qualsiasi altro (lettore, salmista, chierichetto, cantore, chitarrista, bonghista...) e come tale va svolto gratuitamente!

:-/

Per un ulteriore approfondimento circa la questione del riconoscimento economico dell'attività di organista di chiesa, invito alla lettura delle considerazioni di don Valentino Donella (già Maestro di Cappella della Basilica di S. Maria Maggiore in Bergamo e Direttore del Bollettino Ceciliano) http://www.organieorganisti.it/organista-stipendiato .

Cordialmente vostro

Paolo Bottini
http://www.paolobottini.it/debussy-orgue.html

Cremona, domenica 29 ottobre 2017

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[1] http://w2.vatican.va/content/francesco/it/messages/pont-messages/2017/documents/papa-francesco_20171026_videomessaggio-settimanasociale-cattoliciitaliani.html
[2] http://www.organieorganisti.it/musica-liturgica-si-riaprono-le-porte-dei-conservatori - http://win.organieorganisti.it/CEI_curricula_organo.htm
[3] http://liturgiaetmusica.blogspot.it/2017/06/il-vero-problema-della-musica-sacra-in.html
[4] cfr. SC 10; http://www.vatican.va/archive/hist_councils/ii_vatican_council/documents/vat-ii_const_19631204_sacrosanctum-concilium_it.html

martedì 31 ottobre 2017

La sostanziale esornatività del canto liturgico cattolico (nel 500° della riforma luterana)


Gentili lettori,

secondo la tradizione, il frate agostiniano Martin Luther affisse l'elenco delle famose 95 Tesi sul portone della chiesa di Ognissanti del castello di Wittenberg il 31 ottobre del 1517.

Voglio ricordare il 500° anniversario dell'avvio della sua Riforma facendovi ascoltare la versione grandiosa che Bach elaborò per organo del tema del corale "Aus tiefer Not" (la versione luterana del "De profundis") [§] in una storica registrazione nella cattedrale di Notre-Dame con il grande Pierre Cochereau e un ensemble di ottoni che esegue la parte del canto fermo: https://youtu.be/ERGxYTINJoA .

In questa sede mi preme solamente riportare due brevi citazioni tolte dal pensiero del monaco riformatore circa l'importanza della musica e della polifonia [*]:

- «La musica deve essere lodata, perché è seconda soltanto alla Parola di Dio nel suscitare le emozioni»
- «[...] una voce segue una semplice parte, mentre attorno a lei tre, quattro o cinque altre voci cantano giubilano e saltellano abbellendola meravigliosamente come in una danza celeste, inchinandosi, allacciandosi e ondeggiando allegramente. Chi non sa vedere in questo un vero e proprio miracolo, è realmente uno zoticone».

Penso spontaneamente a quanto poco - nell'arco di questi secoli - la Chiesa cattolica abbia fatto per l'educazione liturgico-musicale dei propri fedeli e penso, per contro, a quanto sarebbe efficace un sano "indottrinamento" della fede mediante una vera sistematica valorizzazione del canto liturgico...

Invece nella Chiesa oggi non vi à alcun progetto reale di educazione al "bel" canto in ambito cultuale: tutto è lasciato alla più trasandata improvvisazione di qualsiasi persona di buona volontà che goda del beneplacito del parroco di turno, il quale a sua volta non ha alcuna remora ad introdurre qualsivoglia "innovazione" liturgica contra legem, il tutto grazie al tacito assenso dei vescovi che oggi rarissimamente pontificano riguardo questioni liturgiche...

Ecco, in fatto di serietà liturgico-musicale, forse oggi i cattolici hanno tutto da imparare dai luterani: per questi ultimi il canto nel culto è cosa sostanziale, per i primi esso rimane purtroppo un aspetto semplicemente esornativo!...

Grazie sempre per la vostra cortese attenzione e buona festa di Ognissanti a tutti.

Cremona, il 31 ottobre 2017, Quinto Centenario della Riforma luterana

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[*] Martin Luther, Prefazione in latino alla raccolta di mottetti a quattro voci "Symphoniae jucundae" di Georg Rhau (1538), traduzione italiana di Aldo Comba, Einaudi, Torino 1960

domenica 22 ottobre 2017

L'anarchia liturgico-musicale in Italia

Oggi 22 ottobre è la festa liturgica di San Giovanni Paolo II e mi sono venute in mente le pur belle parole del santo papa circa la musica sacra http://www.organieorganisti.it/giovanni-paolo-ii-e-la-musica-sacra ...

Più leggo e più mi rendo conto che nella Chiesa cattolica in Italia non vi è alcun progetto sistematico di valorizzazione del canto e della musica nel culto divino: tutto è lasciato all'anarchia liturgico-musicale delle diocesi e delle singole parrocchie, ove ogni parroco è papa e ogni gruppo spontaneo si fa le proprie regole...


In ultima analisi ciò dipende dal fatto che il canto e la musica nella liturgia sono meramente opzionali e quindi, alla meno peggio, si fa sempre e solo quello che si può, certi che il buon Dio guarda al cuore e non alle opere (cfr. 1Sam 16, 7)... Mah...

lunedì 28 agosto 2017

Il karaoke liturgico



Gentili lettori,

oggi 28 agosto, giorno liturgico di Sant'Agostino, ho riflettuto una volta di più su quella pratica liturgico-musicale che il santo vescovo d'Ippona chiamava "jubilus": quel canto melismatico che sgorga spontaneamente in colui che gioisce per le incommensurabili opere del Signore! È in pratica l'antecedente di quello che nel canto gregoriano sarà il "melisma".

Di seguito la definizione che ne dà Agostino stesso nel suo commento al Salmo 32:

«Il giubilo è quella melodia, con la quale il cuore effonde quanto non gli riesce di esprimere a parole. E verso chi è più giusto elevare questo canto di giubilo, se non verso l’ineffabile Dio? Infatti è ineffabile colui che tu non puoi esprimere. E se non lo puoi esprimere, e d’altra parte non puoi tacerlo, che cosa ti rimane se non "giubilare"? Allora il cuore si aprirà alla gioia, senza servirsi di parole, e la grandezza straordinaria della gioia non conoscerà i limiti delle sillabe. Cantate a lui con arte nel giubilo» (cfr. Salmo 32,3) [*]


Sant'Agostino, a proposito del cantare «con arte», precisa: «Ciascuno si domanda come cantare a Dio. Devi cantare a lui, ma non in modo stonato. Non vuole che siano offese le sue orecchie. Canta con arte, o fratello» [*].

Mi vengono quindi in mente, con sincera compassione (nel senso che patisco-con!), tutti i colleghi organisti che a messa sono costretti ad accompagnare la suorina di turno (o chi per essa) che, cantando più o meno bene al microfono, è convinta (spesso a buona ragione, purtroppo) di essere l'elemento essenziale grazie al quale l'assemblea è spinta a cantare... dunque, non la gioia del giubilo per una forte emozione scaturita dall'ascolto della Parola, ma la noia della routine subita - parlo dei fedeli, non del cantore - per assolvere ad un precetto che è il Terzo Comandamento!

Ecco, mi pare che il "karaoke" liturgico (l'organista che accompagna un cantore microfonato) sia il misero frutto rinsecchito di ormai più di mezzo secolo di riforma liturgica da cui ancora il clero non è stato in grado di far scaturire quella necessaria puntuale organizzazione di una pedadogia del canto cristiano: l'iniziazione cristiana dovrebbe essere condotta di pari passo con un vero e proprio "indottrinamento" nel canto! Ma sappiamo bene cosa fanno cantare ai nostri fanciulli le catechiste (complici i parroci, ovviamente)...

Ad ogni modo, se ci pensate, questo "sacro" karaoke in realtà è all'incontrario: non è colui che canta a seguire una base musicale che proceda imperterrita, bensì il povero accompagnatore allo strumento musicale che, solitamente, deve adattarsi ai tira-molla del cantore di turno! Insomma: l'organista-schiavo deve solo ubbidire!

Io credo che nelle nostre chiese si canti fin troppo, e naturalmente si canti male (perché i cattolici post-conciliari non hanno mai ricevuto un'educazione al canto liturgico): per cambiare rotta bisognerebbe diminuire le occasioni di canto, per cominciare nelle domeniche "ordinarie" facendo solo, appunto, l'Ordinario (Kyrie, Gloria Sanctus e Agnus) e riservare invece il Proprio cantato solo nelle solennità, in modo da poterlo preparare meglio e, soprattutto, con la più intima attinenza al testo delle antifone del Messale (in proposito leggasi http://liturgiaetmusica.blogspot.it/2013/08/antifonedellamessa.html e anche http://liturgiaetmusica.blogspot.it/2012/11/bisogna-tornare-cantare-la-parola-di-dio.html ).

Insomma, come recuperare un'educazione al canto sacro? Cerco di darmi risposta qui http://liturgiaetmusica.blogspot.it/2016/10/come-recuperare-uneducazione-al-canto.html .

Ma ad un organista importa veramente cosa si canta a messa?! In genere mi pare di sì, anche se sarebbe, piuttosto, suo (recondito ed egoistico) sogno il poter suonare una sana "Messa d'Organo" in cui si canti solamente Alleluia e Santo!!

Del resto, vogliamo seguire alla lettera il dettato conciliare? Eccolo:

- «[...] il canto sacro, unito alle parole, è parte necessaria ed integrante della liturgia solenne» (SC 112) [§].

Ora, l'aggettivo «solenne» presuppone che qualsiasi liturgia rivesta un'intrinseca solennità, oppure è la chiara affermazione che vi può essere una liturgia meno solenne di un'altra? Io credo che la solennità abbia i suoi gradi, ce lo suggerisce anche l'istruzione "Musicam Sacram" [°] ai nn. 28-29-30-31.

Or dunque, se i Padri conciliari nel succitato passo si sono premurati di specificare in quel punto «liturgia solenne», significa che vi è anche una liturgia non solenne, ovvero ordinaria... nella quale il canto non è più necessario!!

Quindi: basta cantare "tanto-pe-ccantà", basta cantare porcherie musico-testuali: spazio alle Messe d'Organo!!

:-D

Grazie per la cortese attenzione.

Paolo Bottini

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[*] S. Agostino, Commento al Salmo 32, in Giulio Cattin, La monodia nel Medioevo, Storia della musica a cura della Società Italiana di Musicologia, vol. 2, EDT, Torino 1979; cfr. http://liturgiaetmusica.blogspot.it/2013/12/santagostino-cantare-bene-a-Dio.html



venerdì 16 giugno 2017

Il vero problema della musica sacra in Italia è culturale: parola di mons. Vincenzo De Gregorio!



“Il vero problema della musica sacra in Italia è culturale. Preti che ballano ed applaudono durante le messe? Sono dei buzzurri.” Lo afferma in questa intervista a "La Fede Quotidiana" Monsignor Vincenzo DE GREGORIO http://www.organieorganisti.it/utenti/vincenzo-de-gregorio , preside del PIMS (Pontificio Istituto di Musica Sacra).


- Monsignor De Gregorio, è possibile affermare che la caduta del senso del sacro intacchi anche la qualità della musica sacra?

” Io penso che il  vero problema sia un altro e lo sintetizzo così: cultura e professionalità. Più che caduta del senso del sacro, che certamente esiste,  occorre riflettere: come mai in altre nazioni quali Polonia, Ungheria, Svizzera durante le messe si suona musica di qualità? E come mai in  altre nazioni nei libretti dei canti, assieme alle parole ci sono  gli spartiti musicali e da noi no? E allora, il caso italiano è culturale, basti considerare la più grande vergogna musicale nazionale che è il festival di Sanremo. Un tempo si sfornavano canzoni melodiche ed orecchiabili che hanno fatto la storia. Ora nessuno  fischietta i motivi. Il perché dipende dal fatto che si attribuisce maggior importanza alle parole rispetto alla musica. Del resto il cittadino italiano a scuola non apprende significative nozioni musicali e il problema riguarda, nello studio, anche i preti”.

- Nella parrocchie generalmente si sente suonare roba poco accettabile…

” Vero. E allora torniamo ai temi cultura e professionalità. I preti italiani, non tutti, non sono formati da questo punto di vista, e non hanno gusto. Nei seminari, come nelle scuole, non si studia musica adeguatamente. I vescovi, poi, dovrebbero controllare la qualità delle musiche e delle stesse liturgie”.

- Che dire di quei preti che animano le messe con applausi e talvolta balli?

” I sacerdoti che fanno questo  sono e si comportano da buzzurri, con tanta ignoranza. Non si rendono conto del luogo e della circostanze in cui si trovano. Il nodo è culturale e denota una ignoranza plateale e purtropo anche diffusa. Io penso agli applausi e stranezze varie durante i funerali. Bisogna ricordare che la liturgia è una cosa seria, va guidata con rigore e fermezza, buon gusto e soprattutto educazione. I preti, a volte, si pensano bravi presentatori e così si sconfina nella sciatteria, che poi riflette quella  personale “.

- Esiste un problema legato ai testi?

” Certo. Ricordo a me stesso che il vescovo deve autorizzarli. Ed invece, specie nelle parrocchie, vi è una gara ad inventare roba che risulta tante volte inadeguata. Si è determinata una preoccupante confusione tra musica liturgica e paraliturgica. Trovo tutto questo un peccato. La Chiesa nella sta storia ha sempre promosso la cultura affidandosi alla professionalità, mai alla improvvisazione”.

- Che fare?

” Invertire la rotta, anche nelle condotte, a cominciare dai sacerdoti. Alcuni di loro, in tema musicale, hanno bassa preparazione, non avrebbero potuto fare neppure i portieri di edificio, ecco il tasto dolente”.

Bruno Volpe

[tratto da http://www.lafedequotidiana.it/monsignor-de-gregorio-pontificio-istituto-musica-sacra-preti-cantano-ballano-dei-buzzurri/?utm_source=dlvr.it&utm_medium=facebook ]

sabato 4 febbraio 2017

Per una sana censura liturgico-musicale...

Gentili lettori,

vi comunico che è stato ufficialmente presentato in Vaticano l'imminente convegno internazionale sulla musica sacra promosso dal Pontificio Consiglio della Cultura (presieduto dal cardinale Gianfranco Ravasi) per celebrare il 50° anniversario dell'istruzione "Musicam sacram" (il cui testo completo si può consultare cliccando www.musicamsacram.info) promulgata dal «Consilium» per l’attuazione della Costituzione sulla sacra Liturgia con l'approvazione del Papa Paolo VI (programma dettagliato del convegno cliccando www.convegnomusicasacra.it).


Per l'occasione (qui in calce riporto un paio di brevi cronache) sono state riservate parole di critica verso i repertori dei movimenti cattolici e messo l'accento sulla necessità di discernere tra ciò che è buono e ciò che è cattivo...


Io dico che per discernere bisognerebbe che la Chiesa si occupasse di fare una vera CENSURA per l'ammissione dei canti nel culto: questo va bene ed è ammesso, quest'altro invece non va bene e quindi è espressamente vietato!


Invece, finora quando mai avete sentito di un vescovo che vieti l'utilizzo di un canto perché melodicamente sciatto oppure perché è dotato di un testo non propriamente liturgico?!


Per fare questo ci vorrebbero, quanto meno, commissioni diocesane per la musica sacra che facessero qualcosa di utile invece di preoccuparsi semplicemente di vietare l'Avemaria di Schubert alle messe nuziali (per poi magari lasciar correre sulla esecuzione nei concerti d'organo della "Sinfonia col tanto applaudito inno popolare" di Padre Davide da Bergamo)!


Così, senza più precise indicazioni nonché istruzioni vincolanti, è naturale che ognuno può fare ciò che vuole perché, appunto, non vi è alcun obbligo da rispettare!


E del resto, come illudersi che la Chiesa "obblighi" a fare una cosa ben precisa in questa materia, quando la stessa succitata istruzione, di cui si celebra il quinto decennio dalla promulgazione, recita in incipit così:



- «È lecito SPERARE che i pastori d’anime, i musicisti e i fedeli, accogliendo volentieri e mettendo in pratica queste norme, uniranno, in piena concordia, i loro sforzi per raggiungere il vero fine della musica sacra "che è la gloria di Dio e la santificazione dei fedeli"».

Badate bene: il legislatore ha subito dichiarato che non è sua intenzione imporre l'obbedienza della Chiesa tutta alle norme che andrà ad esplicitare nel documento, semplicemente si permette di sperare che quelle norme vengano accolte volentieri... altrimenti credo avrebbe detto apertis verbis:


- È fatto OBBLIGO ai pastori d’anime, ai musicisti e ai fedeli, di accogliere e mettere in pratica queste norme.


Altro esempio di opzionalità in "Musicam sacram" riguarda l'attuazione dei nn. 29, 30, 31 dell'istruzione (quelli che riguardano l'intelligente - e infatti oggi rarissimamente applicata! - proposta di attuare una gradualità nella partecipazione attiva dei fedeli al canto): indicazioni che non sono vincolanti in quanto 



- «[...] vengono PROPOSTI per la Messa cantata dei gradi di partecipazione [...]».

Insomma, senza norme condivise, come si può «sperare» che tutti procedano «in piena concordia»?! Ognuno farà come gli pare ed additerà l'operato degli altri come peggiore del proprio!

Ringraziandovi per la cortese attenzione, vi saluto con affranta devozione.


Paolo Bottini

www.paolobottini.it/pescetti-organ-music.html

Cremona, il 4 febbraio 2017

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02 febbraio 2017
Bocciate le musiche dei movimenti cattolici dei Focolari, Comunione e Liberazione, Carismatici, Neocatecumenali e Taizè. Il livello «è quasi sempre modesto e non rispetta la diversità di culture».

CITTÀ DEL VATICANO , 02 febbraio, 2017 (ACI Stampa)
di Veronica Giacometti
Come valutare il peso del cambiamento nella concezione della musica di Chiesa, 50 anni dopo l’Istruzione Musicam Sacram? Come rivisitare il luogo e il ruolo del musicista di Chiesa? Si può riproporre oggi il tema della musica sacra nelle parrocchie e nella liturgia? Rispondere a queste domande è uno degli obiettivi che si propone il Convegno, presentato oggi dal Pontificio Consiglio della Cultura, “Musica Sacra: culto e cultura a 50 anni dalla Musica Sacram”.

lunedì 12 dicembre 2016

Fuga di cervelli (organistici)...


Gentili lettori,

recentemente Papa Francesco ha detto che bisogna dare ai giovani opportunità di lavoro per evitare la cosiddetta "fuga di cervelli"!

Ci sarebbe da chiedergli: « ... ma, Santità, fare l'organista liturgico potrebbe essere un lavoro oppure è da ritenersi un servizio caritatevole al pari del volontariato alla mensa del povero?!»...

Mi piacerebbe che il Papa rispondesse così:

«Auspico che quelli che tra voi hanno svolto studi professionali e hanno ottenuto un titolo accademico, presso un Conservatorio di Stato o presso i nostri Pontifici Istituti di Musica Sacra, possano veder riconosciuto anche dal punto di vista economico il proprio talento musicale a servizio della Chiesa, a norma del canone 231 del Codice di Diritto Canonico e a tutto vantaggio del decoro della sacra liturgia che "è il culmine verso cui tende l’azione della Chiesa e, al tempo stesso, la fonte da cui promana tutta la sua energia"»!

In particolare, ecco quello che il Papa potrebbe dire agli organisti: http://liturgiaetmusica.blogspot.it/2014/01/il-papa-agli-organisti.html .

Sta di fatto che sempre più giovani italiani decidono di trasferirsi all'estero per studiare e poi per lavorare a tempo pieno (o quasi) come musicisti di chiesa: «è doloroso che giovani preparati siano indotti ad abbandonare il proprio Paese perché mancano adeguate possibilità di inserimento» (queste sono le recenti parole di Papa Francesco)...

Santità, cosa possiamo fare per i giovani organisti italiani che bramerebbero mettere le proprie competenze professionali a servizio della Chiesa?!

Non mi aspetto una risposta... dato che nemmeno gli organisti che svolgono servizio nella basilica di S. Pietro in Vaticano godono di un regolare contratto di lavoro!

Grazie per la cortese attenzione.

Paolo Bottini

Cremona, il 12 dicembre 2016

domenica 4 dicembre 2016

Ceteris paribus

Gentili lettori,

sapete bene che molti vanno lamentandosi che la Chiesa, dopo il 4 dicembre 1963, ha definitivamente fatto morire il ruolo liturgico del canto gregoriano a dispetto di quanto indicato in "Sacrosanctum Concilium" n. 116:


« La Chiesa riconosce il canto gregoriano come canto proprio della liturgia romana; perciò nelle azioni liturgiche, A PARITA' DI CONDIZIONI, gli si riservi il posto principale. Gli altri generi di musica sacra, e specialmente la polifonia, non si escludono affatto dalla celebrazione dei divini uffici, purché rispondano allo spirito dell'azione liturgica». [*]

E forse molti di voi da tempo vanno chiedendosi cosa voglia dire quel sibillino «a parità di condizioni» (nel testo ufficiale latino "ceteris paribus")!...

Per fugare ogni dubbio, mi pregio riportare qui in calce due autorevoli interventi in subjecta materia che spero potranno essere dirimenti.

Nell'attesa di vostri eventuali graditi commenti, vi ringrazio per l'attenzione e vi saluto cordialmente.

Paolo Bottini

Cremona, il 4 dicembre 2016, giorno del 53° anniversario della promulgazione della costituzione sulla liturgia "Sacrosanctum Concilium"
* * *

Stiamo rileggendo alcune affermazioni della Sacrosanctum Concilium che nel corso degli anni sono state variamente interpretate. Vogliamo vedere se con qualche ulteriore riflessione si possano meglio chiarire.

Tra queste c'è quella relativa al canto gregoriano:

"La chiesa riconosce il canto gregoriano come canto proprio della liturgia romana: perciò nelle azioni liturgiche, a parità di condizioni, gli si riservi il posto principale". Nell'originale latino: "Ecclesia cantum gregorianum agnoscit ut liturgiae romanae proprium: qui ideo in actionibus liturgicis, ceteris paribus, principem locum obtineat" (n. 116).

In queste poche righe sono contenute tre affermazioni chiare e pacifiche.

- Si fa riferimento alla liturgia romana della quale il gregoriano è il canto per eccellenza. Tale identificazione ovviamente restringe l'ambito della questione; in altre parole il canto gregoriano è una questione che, di per sé, riguarda solo la liturgia romana.
Anche se per analogia la stessa questione si può trasferire nell'ambito della liturgia milanese relativamente al canto ambrosiano, o della liturgia beneventana o aquileiese in riferimento ai rispettivi repertori di canto. Operazione legittima, tenendo presente però che il deposito gregoriano è storicamente ed esteticamente il più importante, il meglio conservato, il più esemplare. Per cui è pienamente giustificata un "questione gregoriana", sia nella famiglia liturgica romana che nella più ampia comunità degli studiosi di altre famiglie liturgiche, perfino tra i non credenti, in considerazione degli alti valori spirituali, storici e artistici contenuti nel canto di Roma.

- Canto "proprio" della liturgia romana: qui c'è un riconoscimento da parte della Chiesa, una presa di posizione, una sorta di "definizione dottrinale".
Quanta musica e quanto diversa musica è stata scritta per la liturgia romana latina lungo i secoli, almeno dalla nascita della polifonia in poi. Tutta musica voluta, accettata, in qualche misura ripresa e riproposta fino ai nostri giorni, musica a volte sbagliata o sproporzionata o eccessivamente tiranneggiata dalle mode del tempo, ma il più delle volte adeguata e degnissima.
Tanta bella e buona musica, anche sotto il profilo liturgico, si è accumulata nella storia. Però solo il gregoriano è stato considerato "proprio" della liturgia romana.

- E perciò messo al 'primo posto', per logica conseguenza, in considerazione della sua storia, della sua singolare natura, dell'esemplare rapporto con i testi; "principem locum obtineat" anche da parte nostra, di noi che celebriamo nel terzo millennio, a prescindere, per ora, dalle innegabili difficoltà che il riconoscimento comporta.

Accanto a queste tre limpide affermazioni ci sta 'un inciso', breve e sibillino, che getta un po' di ombra e smorza ogni facile entusiasmo. "a parità di condizioni" (ceteris paribus), inciso che - legittimamente o meno - è stato subito riferito alla questione della partecipazione popolare.

Cosa significa "parità di condizioni"?

A cosa si riferisce questa parità? Ai repertori? Nel senso che i repertori popolari o polifonici devono equivalere in validità, spiritualità, efficacia rituale al canto gregoriano? Nel qual caso, pur potendosi scegliere fra tre uguali opzioni, è preferibile il canto gregoriano.

'A fortiori' se non c'è la parità, se cioè il canto popolare o polifonico fossero al di sotto del valore rituale e artistico del gregoriano. Se la parità si riferisce ai protagonisti, cioè ai fedeli che cantano (o ascoltano), allora il ragionamento andrebbe così impostato: come i fedeli sono in grado di capire il loro canto, la loro musica, il linguaggio del loro tempo, altrettanto devono saper recepire ed eseguire il canto gregoriano.

Se non c'è questa parità di preparazione e di comprensione il gregoriano perde il posto principale, risulterebbe un tabù da evitare. Gli va preferito una canto, forse meno paludato, ma pienamente compreso.

La condizione è dunque che i fedeli possano partecipare, comprendere, eseguire. Condizione che oggi - come vanno le cose, o come si sono lasciate andare - non si verifica quasi mai. Quindi!

Il discorso potrebbe chiudersi qui; e molti, nella Chiesa, lo hanno chiuso qui da anni. E ritengono inopportuno, "seccante", un ritorno sull'argomento, in quanto il canto gregoriano lo ritengono consegnato alla storia come prezioso oggetto da museo.

Noi pensiamo di poter andare oltre, ritenendo anzitutto indispensabile *distinguere tra chi esegue e chi ascolta*, se pur le due figure non coincidono.

*Coloro che eseguono* il canto gregoriano devono certamente conoscerlo, studiarlo; cosa che non è semplice, ma possibile a dei solisti o ad un gruppo scelto e motivato. Con una buona guida, con l'umiltà di procedere per gradi, con la gioia di scoprire tesori di bellezza e di spiritualità, costoro possono senza dubbio far propria la grande anima del canto gregoriano, anima medioevale e universale nello stesso tempo, da comunicare successivamente con intento di fraterna ministerialità ai sodali nella fede.

*Coloro che ascoltano* - i fedeli - devono essere messi nelle condizioni di recepire il "messaggio", al punto di sentirsi coinvolti e travolti dall'infallibile ondata orante che è la melopea gregoriana.

Non è impossibile: basta spiegare e tradurre il testo e metterlo a disposizione, introdurre il canto che tocca nelle sue generalità e nello specifico significato rituale con essenziali didascalie; distillare con intelligenza l'offerta gregoriana senza fanatismi ma con convinzione. Convinzione da estendere anche al fatto che ci può essere una vera e fruttuosa partecipazione di solo ascolto.

Qui sono gli animatori liturgici e musicali a peccare, in quanto si limitano ad utilizzare canti, gesti e movimenti solamente esteriori, a volte perfino banali (melodie e ritmi sguaiati, battimani, ondeggiamenti corporali.).

Anche se dell'antico canto i fedeli non posseggono una conoscenza e una pratica dirette, sono in grado comunque di arrivare ad una comprensione indiretta, con identici frutti spirituali, grazie all'ascolto consapevole e devoto. I fedeli hanno una sensibilità che aspetta solo di essere messa in vibrazione, in sintonia; che non è giusto defraudare dei modi più alti di preghiera. Lo si vede nei concerti, quanto la gente gradisca e assorbi avidamente le cose belle, pur impegnative, che si offre loro debitamente spiegate. Compreso il canto gregoriano.

Ma c'è un'altra considerazione da fare, importante e più direttamente riferita alle cosiddette "condizioni".

*Se ci sono già*, anche in misura parziale (circostanza fortunata e rara), vanno mantenute e incrementate come una bella tradizione, come una opportunità in più, una grazia che rende più agevole la preghiera e più adeguata l'introduzione ai santi misteri.

*Se non ci sono*, si può sempre tentare di crearle; possibilità che, stranamente, non viene mai presa in considerazione, un po' per pigrizia e un po' (o molto) per la paura di non riuscire, immaginando chissà quali sovrumane difficoltà. Si lasciano volentieri le situazioni come stanno, abdicando al dovere di educare.

"Educazione" invece è la parola chiave in queste cose: far conoscere, far capire, far amare, condurre per mano a pregare e a contemplare, dentro il "Sancta sanctorum", senza paura, con fiducia. Con vantaggio spirituale inimmaginabile.

Ce lo spiega il prof. Giacomo Baroffio:

"La Parola di Dio necessita di una mediazione che vada al di là della spiegazione filologica e dell'applicazione moraleggiante. Percepire la voce di Dio nella sua Parola è un'azione del cuore in ascolto (ecco l'ascolto, n.d.r.) di quanto le parole della Bibbia non riescono ad esprimere. La musica è il linguaggio privilegiato del cuore: di Dio e dell'uomo. Il canto gregoriano ha la forza di in-cantare, distoglie il cuore dalle preoccupazioni perché si dilati e si orienti a Dio nell'adorazione e nel silenzio attonito".

Siamo al 'top' della preghiera cantata, della contemplazione. Che squallore sentire suore di clausura trascinarsi con canterelli alla moda, su ritmi di chitarra! Nessuno che spieghi loro queste sublimità?

Ceteris paribus!

Siamo partiti da lì: due parole che vengono avvertite e presentate "terroristicamente" come un muro insormontabile. In realtà costituiscono più spesso un alibi per accantonare il problema o per non impegnarsi in una operazione culturale alla quale non si crede.

Se, al contrario, vi si crede lo sbarramento "ceteris paribus" viene smontato, le condizioni richieste vengono create e un po' di gregoriano può essere ricuperato, insegnato e cantato.

Ah! Rimane l'ideologia, una ideologia contraria per DNA ad ogni repertorio fossilizzato del passato, che si esprime più o meno così:

"Bisogna inventare un nuovo linguaggio liturgico-musicale.che presti attenzione al presente per far parlare la cultura viva dei fedeli. E oggi, questo lo si sta facendo, con difficoltà si tenta di far cantare il popolo con il proprio linguaggio, con il proprio stile. È il cristiano di oggi che vuol cantare al suo Dio e lo vuol fare con la propria sensibilità musicale. È importante che celebri bene e non che impari o ripeta un repertorio passato (compito della liturgia non è quello di salvaguardare repertori e culture del passato). Ogni comunità dovrebbe avere il suo repertorio, e non invidiare altre comunità che hanno repertori più belli: dovrebbe invece preoccuparsi che il proprio repertorio l'aiuti a realizzare gesti vivi e a celebrare bene". (1)

Riassunto della citazione: col gregoriano non si celebra bene. bisogna inventare un linguaggio d'oggi per gesti vivi. Sbaglia la Chiesa ad additare un repertorio morto. Se poi ci si mette anche Benedetto XVI!

È l'indirizzo di un Ufficio liturgico diocesano! Si caecus caecum ducit!     

Anche il gregoriano può essere linguaggio nostro perché lo è della Chiesa millenaria; come la cattedrale romanica è nostra come lo fu dei cristiani del sec. XII.
Anche il gregoriano favorisce un pregare vivo e profondo perché trasmette interiorità più di qualunque canto "attuale" a cui allude il responsabile di quell'Ufficio liturgico.

Un'ultima osservazione.

Quelli della tesi negazionista si fanno forti del n. 50 dell'istruzione "Musicam Sacram" (1967) che, con un'aggiunta al testo conciliare, dice:

"Nelle azioni liturgiche in canto, celebrate in lingua latina, al canto gregoriano, come canto proprio della liturgia romana, si riservi, a parità di condizioni, il posto principale".

L'aggiunta "celebrate in lingua latina" sembra voler mitigare l'affermazione della Sacrosanctum Concilium: la disposizione - secondo l'aggiunta esplicativa - si riferirebbe unicamente a una celebrazione tutta in lingua latina, idioma al quale il gregoriano è indissolubilmente legato.

Siccome liturgie integralmente in latino non se ne fanno praticamente più, la raccomandazione di cui ci stiamo occupando non ha più molto senso, cade da sola. E il presunto primato del gregoriano verrebbe fortemente ridimensionato. Del resto far cantare la gente in latino oggi sarebbe una scelta pastorale controproducente.

Ragionamenti capziosi, che non colgono o non vogliono cogliere tutta l'ampiezza del discorso, che va ben oltre la messa latina del concilio di Trento o del Vaticano II.

Lo stesso concilio Vaticano II nel successivo n. 117 ha chiesto "un'edizione più critica dei libri già editi dopo la riforma di san Pio X" e ha ordinato una edizione "con melodie più semplici ad uso delle chiese minori" (ciò che fu fatto con il "Graduale simplex"); Paolo VI ha inviato a tutti i vescovi il libretto "Jubilate Deo" perché in qualche misura continuasse la pratica del gregoriano nella Chiesa romana; Giovanni Paolo II nel Chirografo "Mosso dal vivo desiderio" del 2003 ne parla con una certa ampiezza, usando le stesse parole di Pio X e Benedetto XVI ne auspica almeno un parziale ritorno, a riprova che il canto gregoriano è considerato attuale, riferito anche alla nostra liturgia riformata, in qualunque lingua e forma venga celebrata.

La "Sacrosanctum Concilium" (documento prioritario e più autorevole rispetto all'istruzione "Musicam Sacram") infatti non fa distinzioni; inoltre stabilisce che "L'uso della lingua latina, salvo diritti particolari, sia conservato nei riti latini" (n.36).

La volontà di fondo della Chiesa è più che chiara, vuole che il canto gregoriano rimanga nella liturgia: come preghiera viva e non come espediente per "salvare un patrimonio". E non sarà un gruppetto scalpitante di musicologi, o liturgisti che siano, a stravolgere l'evidenza di una costituzione conciliare.

Rimangono le difficoltà, alle quali abbiamo accennato. Queste si, indubbiamente. E non sono da sottovalutare.

Come non è da banalizzare la *questione-gregoriano nel suo insieme* oggi nella Chiesa cattolica romana. E neppure è il caso di farne meschina questione di documenti più o meno chiari. Siamo i primi ad esserne coscienti. È un problema pastorale troppo serio.

A noi interessava sapere fino in fondo come stanno le cose.
Nel concreto ognuno poi si comporterà responsabilmente come crede, o come già sta facendo.

Una volta tanto possiamo sottoscrivere quanto afferma Felice Rainoldi a questo proposito:

"Bisogna conoscere bene le possibilità sempre attuali di un repertorio di genuina ricchezza, ed insieme valutare il limite intrinseco di uno sconsiderato uso liturgico del gregoriano. Né idolatrie dunque, né miopie allergiche. Come ogni tesoro, esso deve aiutarci a vivere da credenti nella storia. Solo nella misura in cui potrebbe ostacolare una crescita o un cammino, anche un tesoro potrebbe essere considerato zavorra da scaricare". (2)

Solo l'ignoranza e l'impreparazione, però, possono far considerare il gregoriano un ostacolo alla crescita.

don Valentino Donella


NOTE

1 - "Situazione e prospettive della musica sacra", a cura dell'Ufficio liturgico di Bari, in Bollettino Diocesano, luglio-agosto 1981, p. 64. La posizione preconcetta e negativa nei confronti del canto gregoriano è, però, comune a tutta l'area del movimento "Universa Laus".
2 - "Gregoriano (repertorio e canto)", Glossario, in Musica e Assemblea, n. 114, 2/2000, p. 23.

- da: "BOLLETTINO  CECILIANO", ANNO 104º N.  3  Marzo 2009

§ § §

Premessa essenziale: ogni epoca ha diritto di modificare il proprio linguaggio parlato o cantato, cosa che avviene inevitabilmente e per epoche storiche. Anche il canto gregoriano ha subito una complessa evoluzione e innumerevoli addattamenti specialmente dopo il sec. VIII con importanti commistioni di canti di provenienza gallicana, mozarabica, anglicana ...

Il canto liturgico non prevede nessun tipo di fissità, ma si modifica attraverso una continua, sapiente selezione dalla quale emergono e si stabiliscono più o meno a lungo i canti che meglio interpretano la Parola rituale.

L'espressione "ceteris paribus" è la chiave di comprensione per evitare le innumerevoli discussioni che si contorcono intorno alla possibilità o meno di inserire qualche canto gregoriano nel repertorio musicale celebrativo.

Esiste dunque, da un lato il canto gregoriano, da secoli repertorio esemplare per la sua forza interpretativa dei testi celebrativi cristiani; un canto che esalta fino all'ornamento melodico il contenuto della Parola sacra; abbiamo dall'altro lato il canto su testi in lingua parlata che mira allo stesso scopo con alterni risultati.

Per creare un repertorio adeguato si richiedono secoli di intelligenti selezioni ...

Il n. 116 della SC intende dichiarare l'esemplarità del canto gregoriano in riferimento al servizio della Parola celebrativa. Non intende escludere altri repertori, purché si avvicinino al repertorio che nel tempo si è mostrato somma interpretazione della Parola liturgica.

"Ceteris paribus", tradurrei liberamente: dovendo scegliere tra "repertori diversi, ma ugualmente efficaci nell'interpretare un adeguato testo liturgico"; dato per scontato che i testi siano compresi, che gli esecutori siano in grado di eseguirne le melodie decorosamente, che i destinatari siano in grado di capire e di eseguire, si dia la preferenza (non esclusiva) al canto gregoriano.

Perché? il canto gregoriano è il frutto di secoli di contemplazione, studio, approfondimento sapienziale e tecnico, di esperienza nella vita, della Parola biblico-liturgica (cosa che non si può dire avvenga per tutti i compositori che scrivono e gli esecutori che cantano oggi per la liturgia).

Amore alla liturgia, preparazione professionale dei responsabili, umiltà e senso critico, autocritico, conoscenza del "bello musicale", sono le condizioni indispensabili per giungere alla formazione di un repertorio degno del celebrare cristiano.

fra' Olivo Damini OFM

sabato 29 ottobre 2016

Come recuperare un'educazione al canto sacro?


Gentili lettori,

recentemente vi ho segnalato il testo della "Ratio Studiorum" per i seminari nel decennale della promulgazione [1], documento nel quale sono abbastanza puntualmente raccomandate norme per l'educazione musicale dei chierici.

Invece, nelle nostre parrocchie i laici - a partire dai giovani - come vengono educati (ammesso che lo siano veramente da qualche parte!) a quel sacro canto che, secondo i Padri del Vaticano secondo, «unito alle parole, è parte necessaria ed integrante della liturgia solenne» ?! [2].

Il celebre Enzo Bianchi scriveva, ormai quasi dieci anni fa che 



«Abbiamo abbandonato il gregoriano, sperperato un grandissimo patrimonio per lasciar spazio a una stagione di creatività selvaggia, di messe rock e rasta di qualità infima che non hanno lasciato tracce. Adesso ci troviamo a metà del guado: i giovani ascoltano quel tipo di musica altrove, non in chiesa; e d'altronde non si sa come recuperare un'educazione al canto religioso. Questa situazione mi preoccupa, talvolta mi lascia disperato». [3]

I cattolici italiani non cantano (più) a messa? Colpa dei vescovi e dei preti che negli ultimi 50 anni li hanno dis-educati al canto! Non vi è stato un progetto sufficientemente radicato nel tessuto ecclesiale!

Ora la domanda è: come recuperare un'educazione al canto religioso?

La risposta che mi do è la seguente: per educare (ri-educare?) il popolo dei fedeli cattolici al canto sacro, bisognerebbe che vi sia un percorso educativo ufficiale che vada in parallelo con la catechesi dei fanciulli!

Mezzora di catechismo e mezzora di educazione al canto liturgico! Sissignori!

Crediamo veramente il canto sia parte integrante e necessaria del rito? La partecipazione attiva dei fedeli al canto è da perseguire con forza? L'unica strada è l'educazione al canto in parallelo all'iniziazione cristiana!

Ovvio che sarebbe tutto un sistema da costruire da parte della Chiesa italiana: selezionare e preparare, secondo criteri di base comuni per tutte le diocesi italiane, una falange di educatori reclutati tra animatori liturgici, direttori di coro e organisti d'ogni ordine e grado...

Ovvio, poi, che bisognerebbe individuare anche un repertorio comune di base (ancor più selezionato rispetto al vituperato Repertorio Nazionale) [4], ovvero una ristretta serie di canti liturgici che "dicano" la fede cattolica: finalmente un repertorio che unisca tutte le parrocchie italiane e ponga fine all'attuale anarchia liturgico-musicale...

Una proposta che - scommetto - sarebbe scartata a priori dai vescovi italiani perché troppo "complicata" da mettere in atto...

Eppure, pensate al vantaggio per i cattolici italiani sentirsi uniti nella fede grazie al canto: il potere della musica e del canto aveva avvinto Lutero tanto da farci sopra gli investimenti che sappiamo... Sentite cosa diceva il monaco:

«La musica è un po' come una disciplina che rende gli uomini più pazienti e più dolci, più modesti e più ragionevoli. Chi la disprezza, come fanno tutti i fanatici, non può concordare su questo punto. Essa è un dono di Dio e non degli uomini; essa scaccia il demonio e rende felici. Grazie alla musica si dimentica la collera e tutti i vizi. Perciò, e sono pienamente convinto di ciò che dico e non ho alcun timore di dirlo, dal punto di vista teologico nessun'arte può stare alla pari della musica. Vorrei trovare parole degne per tessere le lodi di questo meraviglioso dono divino, la bella arte della musica; ma ravviso in quest'arte qualità così grandi e così nobili che non saprei dove iniziare e dove finire per lodarla; non so neppure in che modo e in quale forma presentarla ai mortali perchè la considerino più luminosa e più preziosa. La musica è il balsamo più efficace per calmare, per rallegrare e per vivificare il cuore di chi è triste, di chi soffre. Ho sempre amato la musica. Chiunque è portato per quest'arte non può non essere un uomo di buon carattere, pronto a tutto. È assolutamente necessario conservare la musica nella scuola. Bisogna che il maestro di scuola sappia cantare, altrimenti lo considero una nullità. La musica è un dono sublime, datoci da Dio ed è simile alla teologia. Non darei per nessun tesoro quel poco che so di musica. Bisogna abituare i giovani a quest'arte perché rende gli uomini buoni, delicati e pronti a tutto. Il canto è l'arte più bella e il miglior esercizio. Essa non ha nulla da spartire con il mondo; non la si ritrova né di fronte ai giudici, né nelle controversie. Chi sa cantare non si abbandona né ai dispiaceri né alla tristezza; è allegro e scaccia gli affanni con le canzoni». [5]

Cari organisti e direttori di coro, se appena potete: instaurate in parrocchia una vera educazione dei fanciulli al canto liturgico... sempre che troviate carta bianca dal parroco di turno...

Grazie per la cortese attenzione e cordiali saluti.

Paolo Bottini


Cremona, domenica 23 ottobre 2016


[1]  http://liturgiaetmusica.blogspot.it/2016/09/decennale-ratio-studiorum-seminari.html


[2] http://win.organieorganisti.it/sacrosanctum_concilium.htm
[3] Padre Enzo Bianchi, superiore della Comunità monastica di Bose, intervistato da Alessandro Cannavò sul mensile "Amadeus" n. 209, aprile 2007
[4] http://win.organieorganisti.it/repertorio_naz_canti_liturg.htm - sapete forse di qualche diocesi che lo abbia adottato in toto? Quanto meno ha il vantaggio che ha escluso tutta quella pletora di canti sincopati che ormai vanno per la maggiore in tantissime parrocchie con gran concorso di chitarre e bonghi!
[5] da: F.A. Beck, Dr. M. Luthers Gedanken über die Musik, Berlino, 1828, pag. 58, traduzione di Enrico Fubini in L'estetica musicale dall'antichità al settencento, Einaudi, Torino 1976; Per approfondire il pensiero luterano sulla musica: http://liturgiaetmusica.blogspot.it/2012/09/educazioneliturgica.html

mercoledì 5 ottobre 2016

La diocesi di Termoli-Larino ha ufficialmente istituito la figura dell'organista "titolare"

Gentili lettori,

segnalo una iniziativa positiva da parte di una diocesi italiana!

Si tratta della diocesi di Termoli-Larino la quale ha istituito la figura dell’ORGANISTA TITOLARE!

Che scoperta - direte voi - in quanto la maggior parte dei suonatori d'organo nel culto cattolico si fregiano (per lo più indebitamente) del titolo di "organista titolare" della tal chiesa, basilica, santuario etc.

Dato che sempre più spesso il servizio liturgico in chiesa viene svolto da chi NON possiede competenze necessarie, la diocesi di Termoli-Larino ha saggiamente deciso di "regolarizzare" la posizione di "organista titolare" che, d'ora in avanti, verrà riconosciuta ufficialmente da parte della diocesi stessa.

In questo modo l'organista titolare, grazie alle sue competenze in ambito sia liturgico che musicale, avrà il compito di occuparsi dell’animazione liturgico-musicale della parrocchia presso cui svolgerà servizio assieme alle altre figure preposte, in modo da garantire non solo un miglior servizio ministeriale ma anche un miglior utilizzo - nonché la necessaria manutenzione - degli organi, evitando così che cadano in disuso e siano preda del deterioramento.

Per ottenere la titolarità dell'organo in una chiesa diocesana, sarà necessario farne richiesta secondo le modalità previste dal regolamento (v. qui in calce) e possedere i necessari requisiti. La Commissione esaminatrice, analizzati i titoli, sottoporrà il candidato ad un esame volto a verificarne le competenze.

Per chi ha Facebook è possibile commentare cliccando QUI altrimenti grazie per commentare direttamente su questo blog.

Grazie per la cortese attenzione e cordiali saluti.

Paolo Bottini

* * *


DIOCESI DI TERMOLI – LARINO
Curia Vescovile
138/2016 prot.

Termoli, 23 settembre 2016
 
Norme per l’incarico di Organista Titolare
Diocesi Termoli-Larino
Istituto di Musica Sacra

È costituito l’Albo degli Organisti Titolari nella Diocesi di Termoli – Larino, pubblicato sul sito ufficiale della Diocesi e dell’Istituto di Musica Sacra.

Potranno essere iscritti all’albo:

• Diplomati in Organo presso la Scuola di Musica Sacra della Diocesi
• Diplomati presso una Scuola Diocesana di Organo di altra Diocesi che prestino servizio in una delle chiese della Diocesi di Termoli – Larino.
• Diplomati in organo presso un Conservatorio che dimostrino di avere formazione liturgica ed esperienza di servizio alle celebrazioni in una chiesa della Diocesi
Gli interessati dovranno fare richiesta scritta di iscrizione e la domanda dovrà essere accompagnata da:

• Copia di uno dei diplomi sopra indicati;
• Presentazione scritta del parroco o del rettore della Chiesa dove i richiedenti prestano servizio;
• Documentazione attestante altri titoli ed esperienze;
• Curriculum vitae.

L’accettazione della richiesta è subordinata all’approvazione degli Incaricati Diocesani per la Musica Sacra. Gli stessi, presa visione della documentazione, potranno richiedere l’espletamento di una prova attitudinale composta da una parte pratica e da un colloquio. Gli argomenti d’esame saranno resi noti ai pretendenti  tre mesi prima della prova.

L’essere organista titolare non comporta di per sé alcun rapporto di dipendenza o di lavoro con la chiesa presso cui si presta servizio: si tratta di un titolo onorifico dell’organista principale di una chiesa diocesana nella quale vi sia un organo a  canne.

La titolarità dell’organo si intende valida per un quinquennio, rinnovabile tacitamente per altri quinquenni.

La titolarità potrà essere revocata in qualunque momento dal parroco o rettore della chiesa, per disposizione dell’Ordinario o per decisione degli Incaricati Diocesani per la Musica Sacra. La revoca avverrà previa comunicazione scritta all’interessato riportando le motivazioni della decisione stessa.

Gli organisti possono richiedere in qualunque momento la rimozione dall’albo di tutti o alcuni dei loro dati.

Nello stesso albo saranno iscritti i secondi organisti che possono svolgere, su richiesta e secondo necessità, servizio presso una delle chiese che posseggono un organo a canne. I requisiti e le modalità di richiesta ed accettazione della domanda sono i medesimi previsti per la titolarità.