Liturgia & Musica

Questo spazio nasce dalla mia esperienza di moderatore della mail circolare "Liturgia&Musica", avviata nel dic. 2005 per conto della “Associazione Italiana Organisti di Chiesa” (di cui fui segretario dal 1998 al 2011) al fine di tener vivo il dibattito intorno alla Liturgia «culmine e fonte della vita cristiana» e al canto sacro che di essa è «parte necessaria ed integrante» unitamente alla musica strumentale, con particolare riferimento alla primaria importanza dell'organo.

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giovedì 20 dicembre 2012

Il nascondimento del musicista di chiesa

Gentili lettori,

secondo Benedetto XVI «vi è una ragione in più per ritenere che sia nuovamente l'ora di trovare il vero distacco del mondo, di togliere coraggiosamente ciò che vi è di mondano nella Chiesa» [citazione tratta da qui].

Ebbene, permettetemi di suggerirvela una cosa mondana che dal culto andrebbe tolta immantinente: la visibilità ai fedeli di tutti coloro che fanno canto e musica in maniera specialistica!

A mio parere, il fedele che partecipa al culto divino nella Chiesa cattolica non dovrebbe essere turbato dal fare umano dei ministri del canto e della musica, perché tutto deve tendere verso Cristo Eucaristia!

Non includerei, naturalmente, in questo repulisti la figura del cantore-salmista, vero e proprio ministero (cfr IGMR 61, 102) il quale deve proclamare in canto la Parola di Dio davanti al popolo per essere ben inteso (anche se, grazie all'ausilio - ovvero presenza ingombrante, fuorviante, distorcente, allucinante - dei sistemi d'amplificazione elettrica della voce... a che serve essere visti al fine di essere meglio intesi?! Ma questo è altro argomento...).

Invece dico: via dalla vista dei fedeli - perché a mio parere sommamente fuorviante per un necessario raccoglimento davanti al mistero eucaristico - direttori di coro che si sbracciano in maniera più o meno pittoresca, di coristi bocche che si contorcono curiosamente e corpi che ondeggiano ritmicamente, organisti che s'agitano su tastiere e pedaliere manovrando altresì misteriosi comandi di un'astronave di placchette bottoni e lucine!!

Ogni cosa che tolga lo sguardo all'Eucaristia - compresa l'ambigua faccia del prete costantemente rivolta verso i fedeli (ma qui si aprirebbe un dibattito che esula dal nostro campo...) - dovrebbe essere eliminata: a questo proposito vedete come la moderna architettura "sacra" tenda all'essenziale, invece all'opposto le nostre messe si riempiono di parole inutili, didascalie verbo-gestuali che non sono altro che pleonasmi.

Per questo una volta le cantorie erano sapientemente occultate da grate lignee... diamine, è tanto semplice: vi siete mai chiesti perché nel teatro d'opera l'orchestra è nascosta al pubblico?!... È la "scena" del Sacrificio Eucaristico che deve attirare tutta la nostra attenzione, non il curioso agitarsi della "macchina-orchestra" di organisti, coristi, animatori etc.!

Detto ciò, capirete che non suona affatto come desueta, dopo quasi 110 anni, la raccomandazione di Pio X, nel suo motu proprio sulla musica sacra, che reputava «conveniente che i cantori, mentre cantano in chiesa» non solo «se trovansi in cantorie troppo esposte agli occhi del pubblico, siano difesi da grate» ma addirittura «vestano l’abito ecclesiastico e la cotta» (quest'ultima raccomandazione è ancora oggi regola nella basilica di S. Pietro in Vaticano, ad esempio, ove invece la prima è anche lì regolarmente disattesa).

E ancor meno desueta la drastica raccomandazione di S. Girolamo, commentando Efesini 5,9:

«I giovani che nelle chiese attendono al servizio delle salmodie, devono sapere che non si deve cantare per Dio con la voce, ma con i cuori; non spalmare la gola e la voce con medicamenti, siccome si usa fare nei teatri, così che in chiesa risuonino teatralmente melodie e canzoni tornite» [§]


Allora, cari lettori, siete pronti per tirar cortine sulla balaustra della cantoria oppure a spostare la consolle dell'organo dietro l'altare?!

Grazie per la cortese attenzione e cordiali saluti.

Paolo Bottini

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[§] S. Girolamo, Commentariorum in epistolam ad Ephesios III, 5, in Patrologia Latina XXVI, p. 528, par. 652; traduzione italiana citata in: Joseph Ratzinger, Fondamento teologico della musica sacra - Cenni riassuntivi della disputa postconciliare sulla musica sacra, in La festa della fede, Jaca Book, 1983, testo completo cliccando qui

sabato 10 novembre 2012

La messa "Caudanina": partecipazione attiva ‘ante litteram’

Gentili lettori,

almeno per nome immagino conoscerete il mio illustre concittadino Federico CAUDANA, dal 1907 al 1963 organista titolare e maestro di cappella della Cattedrale di Cremona e fin dal 1924 autore di spicco presso l’editore Carrara di Bergamo.

Musicista di formazione tardo-ottocentesca (studiò e si diplomò al Conservatorio di Milano), ha contribuito, con il suo stile generosamente melodico (ben lontano da certo «letargico» cecilianesimo) alla valorizzazione del canto popolare, grazie anche agli stimoli costanti ricevuti da Vittorio Carrara, musico-editore che ha fatto la storia della musica sacra in Italia.

Il suo esperimento meglio riuscito fu certamente la messa Laus tibi Christe, pubblicata da Carrara nel 1940, la cui scorrevole e intuitiva cantabilità facilitò ampia diffusione (venne per questo battezzata "Caudanina"), tanto che ancora oggi a livello popolare è la musica per cui Federico Caudana è ricordato in Italia e nel mondo. Su questa messa apparve subito la seguente recensione ne «L’Osservatore Romano»:

«Lavoro di fattura semplice e quanto mai appropriato al fine preposto. La pratica corale consente al M.° Caudana un esperto trattamento del canto, all’intento di ottenere i migliori risultati, evitando ogni difficoltà di esecuzione alla massa degli esecutori. La melodia, sillabica e diatonica, ha il suo motivo generatore nell’accentuazione della parola, ed è disegnata in modo che la chiarezza del testo sia sempre evidente e non risulti difficile la declamazione. Un accompagnamento sobrio sostiene il canto senza appesantirlo; accompagnamento facile, ma pure curato con molta attenzione. Questa nuova Messa, scritta per il popolo e destinata alla grande massa del popolo, se da un lato dà prova dell’abilità, in materia di canto popolare, dell’illustre Maestro, da un altro mostra, ancora una volta, come le Edizioni Musicali Carrara mirino al più nobile dei risultati: quello della rieducazione popolare per mezzo dell’arte».


Spero farvi cosa gradita suggerendovi di vedere un video del Gloria della messa Laus tibi Christe di Federico Caudana eseguito dal Coro della Cattedrale di Cremona diretto da don Graziano Ghisolfi con l’accompagnamento organistico dell’attuale organista titolare Fausto Caporali.

Far cantare la gente a messa: quasi un quarto di secolo prima della Sacrosanctum Concilium e con risultati che erano ben più soddisfacenti rispetto a quel poco che invece si riesce a fare oggi dopo quasi mezzo secolo dalla riforma liturgica del Vaticano Secondo: infatti sembra che nel frattempo le nostre assemblee liturgiche si siano impigrite e abbiano via via perso il senso di una vera piena e consapevole attiva partecipazione all’Eucaristia domenicale (una involuzione, dunque, rispetto a quanto invocato dal Concilio!), vissuta sempre più precetto da assolvere che come inappagabile emozione da rivivere ogni sette giorni!

Cordiali saluti ed auguri di buona musica a tutti.

Paolo Bottini

domenica 4 novembre 2012

Bisogna tornare a cantare la Parola di Dio!

Gentili lettori,

nel marasma dei canti liturgici oggi in auge in Italia (il Repertorio nazionale proposto dalla CEI credo sia preso minimamente in considerazione dalle parrocchie, in genere restie pure ad adottare eventuali repertori diocesani!), io credo che la carta vincente che contribuirebbe a far rinascere un po' di comune entusiasmo e maggiore attenzione alla pertinenza liturgica del canto nei sacri riti, sarebbe quella di tornare a mettere in musica le antifone della messa, così come sono attualmente proposte nel Messale )!

Si tratterebbe di poter disporre di brevissimi motti musicali a mo' di ritornello che qualsiasi assemblea potrebbe far propri di domenica in domenica, senza bisogno di preparazione in quanto, data la facilità e brevità, si apprenderebbero subito, alternandoli al canto di versetti salmici a cura di un solista o di un coretto.

Perché meglio è cantare la Parola di Dio, meno la parola dell'uomo!

Tuttavia conditio sine qua non: avere a disposizione almeno un discreto cantore ogni domenica (anche se mancasse qualsiasi strumento musicale) che garantisca l'alternanza solista-assemblea!

Una proposta su questa linea, certo molto più raffinata di quanto abbia appena descritto, è stata fatta ormai otto anni fa da Fulvio Rampi, si tratta di:

Nova et vetera. Forme tropate per i Canti di Ingresso e di Comunione, Libreria Editrice Vaticana, Roma 2004, pp. 216.

E recentemente (ancora dalla mia Cremona, vera fucina liturgico-musicale!) ecco una nuovissima raccolta di canti per la liturgia direttamente tolti dai testi del Messale Romano elaborati da don Natale Bellani e musicati da Franco Berettini.

Bisogna tornare ogni domenica a cantare la Parola di Dio, tornando alla semplicità, così come negli anni a cavallo del Concilio era già stato pensato in Italia ad esempio da un don Piero Damilano e in Francia da un Joseph Gelineau [§]: percorsi che si sono alquanto smarriti nel frattempo...

Meditate, gente, meditate...

Paolo Bottini

Cremona, il 4 novembre 2012

[§] esempio di canti composti da Gelineau

martedì 23 ottobre 2012

Basta parole, ora i fatti!

Gentili lettori,

dopo quello di Cremona a fine settembre scorso, ecco in calce notizia di un altro interessante convegno di musica sacra in cui si parlerà ancora una volta di cose ovvie (basta leggere i titoli delle relazioni che verranno dettate, con tutto il rispetto per gli illustri relatori) e si tornerà a casa tutti con l’amaro in bocca per il permanere della tristezza liturgico-musicale imperante nelle nostre diocesi...

Naturalmente plaudo alla buona fede e all’ottimismo organizzativo e propositivo dei promotori di questi convegni (io stesso ne organizzai, con gran fatica e scarsi risultati, negli anni scorsi per conto di AIOC)... ma mi pare che i convegni di musica sacra dopo il Concilio non abbiano mai portato a fattive "res" dopo aver discusso in lungo e in largo con "verba" più o meno scontati e più o meno costruttivi.

Ci sarebbe, infatti, bisogno di chiare ed imprescindibili direttive circa canto e musica nella chiesa italiana, invece ancora cinquant’anni dopo la Riforma liturgica siamo qui a ripeterci l’un l’altro i bei propositi che i documenti conciliari ("Sacrosanctum Concilium") e dell’immediato post concilio ("Musica sacram") hanno formulato in materia musicale... ma che oggi rimangono raramente applicati, se non addirittura incogniti!

La questione da risolvere - a fatti, non a parole - è: l’organo e gli organisti (quelli che sono realmente in grado di legare simbioticamente la musica al rito e sanno accompagnare con arte il canto liturgico e praticare decorosamente l’improvvisazione) servono davvero oggi al miglior prosieguo della vita ecclesiale italiana?!

Sembrerebbe di no, data la pressoché totale anarchia, e nonostante ciò negli ultimi tempi alcuni Conservatori di Musica (dietro brillante quanto raro stimolo ecclesiastico, per la verità [v. la Lettera di auspici dell'Ufficio Liturgico Nazionale della CEI ai Direttori dei Conservatori italiani) hanno iniziato ad erogare corsi accademici di "musica per la liturgia" (con la collaborazione delle diocesi locali - quanto meno - in fatto di educazione prettamente liturgico-teologica): mi piacerebbe sapere nel frattempo quanti si sono presi il diploma accademico che vengano regolarmente pagati (dico con un contratto di lavoro alla luce del sole, come da tempo ormai possibile in Francia [v. il contratto nazionale francese di lavoro per organisti] e come regole di cristiana carità e di laica civiltà imporrebbero) da un qualche ente ecclesiastico ove abbiano preso servizio...

La verità è che l’attività musicale delle nostre chiese vive della più sciatta ordinarietà e a nessuno interessa investire denaro per un aspetto della vita ecclesiale che è di fatto tenuto nella sfera dell’opzionalità!

Infatti, a quanto pare, anche in diocesi di Treviso il sotto descritto convegno potrà «essere molto importante al fine di avviare un confronto tra le istituzioni che abbiano attivato percorsi similari (Biennio specialistico o Master) e studiare l’ipotesi di convenzioni con le strutture ecclesiastiche nazionali e diocesane».

Ma come sarebbe «ipotesi»?! Mi risulta infatti che il bienno di musica sacra al conservatorio di Castelfranco Veneto sia attivo almeno dall’anno accademico 2007/2008: nulla è stato fatto nel frattempo per trovare un accordo conservatorio/diocesi al fine di individuare potenziali posti di lavoro remunerati?

Non sarebbe l’inquadramento professionale dei musicisti di chiesa un sano segnale da parte della Chiesa cattolica italiana in questo periodo di crisi generalizzata dell’occupazione nel nostro paese?

Nonostante tutto, cari colleghi, continuate a sperare di poter presto dirvi con aumentato orgoglio che siete diventati veramente a tutti gli effetti "organista titolare" in una chiesa!

Cordialmente vostro

Paolo Bottini

Cremona, il 23 ottobre 2012

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Convegno di Musica sacra

"Il musicista di chiesa e la sua formazione"

Treviso, 17-18 novembre 2012

Il Conservatorio “A. Steffani” di Castelfranco Veneto, nel quale è attivo dall’a.a. 2007-2008 un Biennio specialistico in Musica Sacra, organizza nei giorni 17 e 18 novembre 2012 un Convegno di Musica Sacra, in collaborazione con la Diocesi di Treviso e con il patrocinio dell’Ufficio Liturgico nazionale della Cei.

Il Convegno, che ha per tema «Il musicista di chiesa e la sua formazione», vuole da un lato offrire un’occasione di approfondimento di alcune importanti tematiche nel campo della musica sacra e liturgica, e nello stesso tempo sviluppare un proficuo dialogo tra le Istituzioni religiose e i Conservatori allo scopo di accrescere sempre più la già avviata collaborazione nel campo di una formazione specialistica in Musica sacra.

Sabato 17 – dalle ore 15.00 alle 18.30 – sala Pio X

Convegno con la partecipazione di:

Vincenzo De Gregorio (Consulente nazionale CEI-ULN),

Massimo Palombella (Direttore Cappella musicale pontificia Sistina),

Antonio Parisi (Direttore Ist. diocesano di Musica sacra dell’Arcidiocesi di Bari)

Al Convegno, aperto a tutti, sono particolarmente invitati gli animatori musicali e i cori parrocchiali della Diocesi di Treviso, nonché i rappresentanti degli Istituti di musica per la Liturgia delle Diocesi del Triveneto e i rappresentanti dei Conservatori ove sia attivato un percorso di studi in Musica sacra.

PROGRAMMA

Saluto del Vescovo di Treviso, mons. G.A. Gardin

Antonio Parisi ~ Il canto nella liturgia, il suo valore e significato

Intermedio ~ R. Ferrari (1894-1959), Ave Maria

Vincenzo De Gregorio ~ La presenza degli strumenti nella liturgia

Intermedio ~ E. Buondonno (1912-2002), Preghiera di san Francesco

Massimo Palombella ~ La normatività del Canto Gregoriano e della Polifonia Classica nella musica per la Liturgia

Intermedio ~ G. Selmi (1912-1987), Mattutino al Convento

Intermedii musicali con Scivias ensemble, diretto da Milli Fullin; Matteo Malagoli, violoncello; Valerio Casarin, pianoforte; Chiara Lucato, organo.

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Sabato 17 – ore 20.45 - cattedrale

Concerto con la partecipazione di:

Coro Thomas Tallis di Noale, diretto da Thomas Mazzucchi Coro Magnificat di Casoni di Mussolente diretto da Mariano Zarpellon Scivias Ensemble di Conegliano diretto da Milli Fullin Vania Marconato, soprano; Fabiano Martignago, flauto dolce; Maria Teresa Andreazza, viola da gamba; Matteo Malagoli, viola da gamba e violoncello; Gianluca Libertucci, organo

Il Concerto si avvale della collaborazione di solisti e gruppi che hanno preso parte attiva ad alcune delle prove finali degli esami di Biennio e si offre come un ventaglio che permetta di assaporare almeno in parte i contenuti e lo stile della nostra offerta di specializzazione.

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Domenica 18 – ore 10.00 – sala Pio X

Tavola rotonda - Un percorso accademico per la Musica sacra? Analisi dell’esperienza presente e prospettive sul futuro. La Tavola rotonda, su esplicita richiesta della Diocesi (che intende lasciare la domenica mattina per il servizio nelle rispettive parrocchie) è riservata ai docenti e agli studenti di Conservatorio e a quanti siano interessati ad un percorso formativo accademico in musica sacra. Questo momento può essere molto importante al fine di avviare un confronto tra le istituzioni che abbiano attivato percorsi similari (Biennio specialistico o Master) e studiare l’ipotesi di convenzioni con le strutture ecclesiastiche nazionali e diocesane.

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Domenica 18 – ore 15.00 – cattedrale

Convegno dei cori liturgici della Diocesi di Treviso • con S. Messa presieduta da s.e. mons. G.A. Gardin, vescovo di Treviso

A conclusione e coronamento dei lavori ben si pone il Convegno dei cori liturgici della Diocesi di Treviso, con la S. Messa presieduta dal vescovo, s.e. mons. G.A. Gardin.

sabato 29 settembre 2012

Trascurare uno studente non è di minor conto che corrompere una vergine!

«Trascurare uno studente non è di minor conto che corrompere una vergine» [*].

Così nel 1524 scriveva Lutero "Ai consiglieri comunali di tutte le città tedesche" affinché s’adoperassero ad istituire scuole e biblioteche per i giovani.

In particolare Lutero affermava che «se ogni anno si spende tanto denaro per comprare macchine da guerra, per costruire strade, per sistemare i ponti, e per mille altri oggetti di utilità pubblica, perché non impiegarne molto di più, o almeno altrettanto, per nutrire dei maestri di scuola, uomini attivi e intelligenti, capaci di allevare e di istruire i nostri giovani?».

Questa considerazione ci fa rendere conto di quanta poca educazione - spesso mala-educazione - liturgico-musicale sia stata fatta negli ultimi cinquant’anni in seno all’attività pastorale della Chiesa cattolica: parallelamente all’educazione cristiana ai fanciulli andava effettuata un’educazione alla liturgia e al canto liturgico!

Così, di fatto, in larga parte è stato disatteso l’«ardente desiderio della madre Chiesa che tutti i fedeli vengano formati a quella piena, consapevole e attiva partecipazione alle celebrazioni liturgiche» a cui «va dedicata una specialissima cura nel quadro della riforma e della promozione della liturgia» (Concilio Vaticano II, costituzione "Sacrosanctum Concilium" sulla Sacra Liturgia, n. 14)!

Alzi la mano colui che in parrocchia fin da bambino ha ricevuto dal parroco e dal catechista una vera formazione liturgico-musicale che l’abbia aiutato ad una migliore e consapevole partecipazione alla messa!

Siccome la liturgia (non la catechesi!) «è la prima e indispensabile fonte dalla quale i fedeli possono attingere il genuino spirito cristiano», sarebbe sommamente urgente per la Chiesa rafforzare l’educazione liturgica dei fedeli a livello parrocchiale (a partire dal primo anno di catechismo ai fanciulli).

Per far ciò «i pastori d’anime in tutta la loro attività pastorale devono sforzarsi di ottenerla attraverso un’adeguata formazione» (Concilio Vaticano II, costituzione "Sacrosanctum Concilium" sulla Sacra Liturgia, n. 14)!

«Ma poiché non si può sperare di ottenere questo risultato, se gli stessi pastori d’anime non saranno impregnati, loro per primi, dello spirito e della forza della liturgia e se non ne diventeranno maestri, è assolutamente necessario dare il primo posto alla formazione liturgica del clero» (Concilio Vaticano II, costituzione "Sacrosanctum Concilium" sulla Sacra Liturgia, n. 14).

A fronte di questa scarsissima o addirittura nulla educazione liturgico-musicale (sia del clero che dei laici), largo spazio anche in Italia è sempre più dato ai cosiddetti "animatori liturgici", in assenza dei quali i poveri fedeli rimangono assopiti come burattini senza burattinaio!

In Francia, ad esempio, nonostante la figura dell’organista sia maggiormente riconosciuta e regolarmente retribuita che in Italia, la scelta del repertorio dei canti è esclusivo appannaggio di uno stuolo di "agitatori" (come li chiamava il povero Oscar Mischiati!) che non sanno cantare, non sanno il solfeggio, gesticolano goffamente, ma proprio a loro - con il regolare avallo del parroco e della comunità - spetta il compito di consegnare all’organista il "menu" del giorno!

Bisogna riconoscere che in Francia il repertorio dei canti per la liturgia è molto più vario e dignitoso che da noi, però questa figura dell’animatore veramente oggi è diventata opzionale, sostanzialmente inutile e anzi io direi fastidiosa... ma di questo mi pare che nessuno se ne accorga, accettando pacificamente questa figura ministeriale oggi obsoleta e sostanzialmente inutile!

L'organista, con la sua ineguagliabile arte improvvisativa, può essere l'unico vero animatore del canto liturgico: posso testimoniarlo per personale esperienza!

Per chiudere, è dunque "formazione" l’imperativo che la Chiesa italiana deve assolvere in materia di liturgia e di canto liturgico.

Sarà bene che vescovi italiani riflettano sull’urgenza di una migliore attuazione di Sacrosanctum Concilium 14: ovvero formazione al canto liturgico in tutte le parrocchie da parte di musicisti competenti (dico "competenti" professionalmente in musica e canto, non basta aver frequentato il Coperlim!) e, di conseguenza se occorre, stipendiati!

In proposito il buon Lutero offre spunti incontrovertibili (v. qui in calce).

Altrimenti sarà sempre vano il nostro misero impegno di musicisti di chiesa contro il mare magnum del qualunquismo liturgico ormai imperante (e che probabilmente porterà la Chiesa ad una crisi ancor peggiore di quella che sta vivendo a causa di ben altri gravi problemi)!

Grazie per la cortese attenzione e cordiali saluti.

Paolo Bottini


[*] (Lutero, An die Ratsherren aller Stötte teütschelands, Augsburg 1524): «Nicht geringer ist es, einen Schüler zu vernachlässigen als eine Jungfrau zu schwuachen» [citato in: W. Von Loewenich, Martin Luther: der Mann und das Werck, München 1982], ovvero, nella versione latina del 1527: «Non minus est negligere scholarem, quam corrumpere virginem»; ringrazio Marco Pratesi per il suggerimento circa la traduzione dal tedesco.

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LUTERO E LA MUSICA

«La musica è un po’ come una disciplina che rende gli uomini più pazienti e più dolci, più modesti e più ragionevoli. Chi la disprezza, come fanno tutti i fanatici, non può concordare su questo punto. Essa è un dono di Dio e non degli uomini; essa scaccia il demonio e rende felici. Grazie alla musica si dimentica la collera e tutti i vizi.
Perciò, e sono pienamente convinto di ciò che dico e non ho alcun timore di dirlo, dal punto di vista teologico nessun’arte può stare alla pari della musica. Vorrei trovare parole degne per tessere le lodi di questo meraviglioso dono divino, la bella arte della musica; ma ravviso in quest’arte qualità così grandi e così nobili che non saprei dove iniziare e dove finire per lodarla; non so neppure in che modo e in quale forma presentarla ai mortali perchè la considerino più luminosa e più preziosa.
La musica è il balsamo più efficace per calmare, per rallegrare e per vivificare il cuore di chi è triste, di chi soffre. Ho sempre amato la musica. Chiunque è portato per quest’arte non può non essere un uomo di buon carattere, pronto a tutto.
È assolutamente necessario conservare la musica nella scuola. Bisogna che il maestro di scuola sappia cantare, altrimenti lo considero una nullità. La musica è un dono sublime, datoci da Dio ed è simile alla teologia. Non darei per nessun tesoro quel poco che so di musica.
Bisogna abituare i giovani a quest’arte perchè rende gli uomini buoni, delicati e pronti a tutto. Il canto è l’arte più bella e il miglior esercizio. Essa non ha nulla da spartire con il mondo; non la si ritrova né di fronte ai giudici, né nelle controversie. Chi sa cantare non si abbandona né ai dispiaceri né alla tristezza; è allegro e scaccia gli affanni con le canzoni».

da: F.A. Beck, Dr. M. Luthers Gedanken über die Musik, Berlino, 1828, pag. 58, traduzione di Enrico Fubini in L’estetica musicale dall’antichità al settencento, Einaudi, Torino 1976

lunedì 3 settembre 2012

Per una permanente formazione liturgica del clero in Italia

Gentili lettori,

lo scritto che in calce riporto, pubblicato nel febbraio 2007 nel "Notiziario" dell'Ufficio Liturgico Nazionale della Conferenza Episcopale Italiana [*], venne preparato dal vescovo ausiliare di Firenze Claudio Maniago (nonché attuale segretario della Commissione Episcopale per la Liturgia) a favore del clero che si sarebbe poi riunito, il novembre successivo, ad Assisi al Convegno Nazionale dei Direttori degli Uffici liturgici diocesani che avrebbe avuto come tema giustappunto “Formazione liturgica e Ministero ordinato” [+].

Mi chiedo ad oggi quale sia il punto della riflessione in proposito, o piuttosto direi il punto della "azione", dato che, come sottolinea in conclusione il vescovo Maniago, i convegni sono, certo, non inutili momenti di confronto e dibattito... se però fanno scaturire res, non verba!

Cari organisti e musicisti di chiesa, chiedete, anzi esigete dal vostro vescovo che in diocesi si impartisca una costante formazione liturgica del clero (non solo in seminario dunque): altrimenti sarà sempre vano il nostro sforzo di relazionarci con i parroci che (in un modo e in un altro) ci accordano fiducia (ed eventuale riconoscimento economico) in qualità di esecutori e/o coordinatori della musica per il culto.

Buona lettura e cordiali saluti.

Paolo Bottini

Cremona, 3 settembre 2012, memoria liturgica di S. Gregorio Magno papa



[*] scaricabile in PDF cliccando QUI

[+] cronaca del convegno scaricabile in PDF cliccando QUI



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La formazione liturgica del clero

di Claudio Maniago

[...] Propongo innanzitutto qualche idea che nasce dalla lettura di alcuni documenti che parlano di formazione: formazione in generale e formazione liturgica in particolare.

Un dato interessante è che ogni volta che si parla di formazione non si tralascia mai un riferimento alla formazione del clero o dei ministri o dei responsabili delle comunità. Questo sicuramente non è un caso o un semplice dato statistico ma un’indicazione preziosa.

La Sacrosanctum Concilium, come è ben risaputo, mette in atto una riforma e chiede un rinnovamento. Una riforma che cambia gesti, parole, preghiere, ma anche un rinnovamento che cambia il modo di celebrare. Emerge in modo significativo un tema che, dal Concilio in poi, ha una particolare rilevanza: la “partecipazione” che con i suoi vari attributi è stata oggetto di attenta riflessione e di molteplici studi. Di fatto, la partecipazione liturgica chiede un rinnovamento che non è soltanto esteriore, ma profondamente rituale, che coivolge cioè tutta la persona che celebra, le sue facoltà, il suo cuore, le sue emozioni.

Quando la Sacrosanctum Concilium parla di formazione, la finalizza principalmente al perseguimento di questo obiettivo, la partecipazione, e per questo la raccomanda per tutto il popolo di Dio.

E certamente un accento cade sui vescovi e il clero in generale perché la logica è quella di pensare per primi ai formatori che nel popolo di Dio hanno questa responsabilità e vivono un autentico servizio per l’educazone del popolo di Dio. Ormai è convinzione assodata che una chiave decisiva è costituita dal formare bene i formatori.

Un altro aspetto che emerge leggendo i numeri della Sacrosanctum Concilium che parlano di formazione, è che essendo la liturgia un autentico crocevia di diverse realtà che attengono alla vita della chiesa, il suo insegnamento risulta essere strategicamente importante. Per questo “va insegnata sotto l’aspetto teologico, storico, spirituale, pastorale e giuridico” (cfr. n. 16). Quindi, la formazione alla liturgia in qualche modo incrocia i vari aspetti della vita e dell’esperienza di fede di ogni fedele e, in particolare dei ministri e del clero.

Un altro aspetto che vorrei sottolineare, perché è interessante nei suoi sviluppi, è l’accento che la Sacrosanctum Concilium pone sui luoghi di formazione, cioè i seminari (restringo per brevità le mie considerazioni al clero diocesano, ma il discorso dovrebbe essere ampliato ai luoghi di formazione dei religiosi e anche ai diaconi permanenti).

La vita dei seminari nel suo complesso e, quindi, non solo il momento accademico, deve essere formativo anche da un punto di vista liturgico.

È interessante al riguardo, il documento che nel 1979 la "Congregazione per l’educazione cattolica" ha prodotto riguardo alla formazione liturgica e spirituale nei seminari.

Vorrei sottolinearne un passaggio che mi sembra importante. In questo documento sono riportate due modalità di formazione (e anche qui, è immediato il riferimento al luogo in cui si formano i sacerdoti): una modalità è pratica e l’altra, per così dire, teorica; una più mistagogica, l’altra più dottrinale.

Nel numero 2, in particolare si afferma espressamente che «ogni genuina formazione liturgica richiede non solo la teoria ma anche la prassi. In quanto formazione mistagogica, essa si raggiunge principalmente per mezzo della vita liturgica degli alunni alla quale gli stessi vengono guidati con crescente profondità per mezzo delle celebrazioni liturgiche comunitarie. Questa accurata iniziazione pratica è inoltre premessa di ulteriore studio e deve ritenersi già acquisita nello svolgimento del programma di liturgia».

È questo un aspetto che mi preme sottolineare perché mi sembra utile alla nostra riflessione.

I vescovi italiani, a vent’anni dal Concilio Vaticano II, hanno prodotto un documento che, a mio parere, conserva ancora oggi una sua freschezza e si rilegge sempre con piacere, anche perché molti dei temi trattati, rimangono attuali per molti aspetti e quindi importanti anche dopo quarant’anni. Si tratta del documento "Il rinnovamento liturgico in Italia: nota pastorale a vent’anni dalla Sacrosanctum Concilium".

Anche in questo documento, quando si tratta, nella prima parte, delle luci e delle ombre nell’applicazione della riforma liturgica voluta dal Concilio, al numero 3 si descrive come una delle “ombre” il fatto che «L’adozione dei nuovi libri e dei nuovi riti non è sempre stata accompagnata da un proporzionato rinnovamento interiore nel vivere il mistero liturgico e da quell’aggiornamento culturale, teologico e pastorale che la riforma avrebbe invece richiesto».

Nello stesso numero si fa dunque riferimento alla mancanza di un rinnovamento interiore e alla mancanza di un aggiornamento; quindi, di un certo tipo di formazione. Qui addirittura, sembrerebbero interessati due aspetti: quello pratico, dove la riforma rischiava di apparire soltanto come un cambiamento di aspetti esteriori, e dall’altro un approfondimento che era richiesto e che non ha seguito proporzionalmente il mutamento dei riti.

Non a caso, l’“ombra” che si cita successivamente è quella dell’impressione di un nuovo formalismo, forse meno appariscente ma ugualmente infecondo e illusorio.

Lo stesso documento, nel fare un bilancio a vent’anni dal Concilio, descrive, al numero 5, un vuoto da colmare ed espressamente afferma che «la causa della mancata comprensione dello spirito e dei fini della riforma è da ricercare nella scarsa familiarità dei fedeli al linguaggio, parole e segni, e alla spiritualità della liturgia e nella carente formazione liturgica degli stessi ministri di culto. Si deve riconoscere infatti che in passato lo studio della liturgia è stato generalmente carente, limitato alla conoscenza dei riti e delle rubriche, né si è dato sempre spazio alla nuova sensibilità che il movimento liturgico andava promuovendo e diffondendo anche in Italia».

Bisogna riconoscere quindi una “formazione carente”.

Anche nel numero 7 di questo documento dove si tratta il tema della presidenza liturgica, una presidenza da esercitare, si afferma che «I primi ad avere coscienza della necessità di un continuo approfondimento della formazione liturgica dovranno essere gli stessi ministri ordinati – vescovi, presbiteri e diaconi – ciascuno secondo le esigenze del proprio ruolo».

“Necessità di un continuo approfondimento”: con questa affermazione sembra quasi volersi indicare quella che dovrebbe essere un’attenzione costante che accompagna la vita della Chiesa, in modo particolare il suo celebrare.

È interessante che lo stesso numero del documento concluda dicendo che c’è una consapevolezza da rinnovare e da ridestare, una consapevolezza della specifica responsabilità, che è propria di chi ha un ministero, in rapporto alla liturgia. E credo che anche questo sia un dato da raccogliere come provocazione, come ulteriore indicazione per la nostra riflessione.

Dei documenti più recenti, vorrei ricordare soltanto la lettera apostolica che Giovanni Paolo II ha scritto nel XXV anniversario della Costituzione Sacrosanctum Concilium. Un passaggio che mi sembra importante lo troviamo al numero 14: «Non si può dunque continuare a parlare di cambiamento come al tempo della pubblicazione del documento Sacrosanctum Concilium, ma di un approfondimento sempre più intenso della liturgia della Chiesa, celebrata secondo i libri attuali e vissuta, prima di tutto, come un fatto di ordine spirituale».

Quindi, secondo Giovanni Paolo II, si passa da un cambiamento che c’è stato nella liturgia ad un approfondimento che deve essere sempre più intenso. Si direbbe, in un certo senso, che queste indicazioni mostrino che è necessario, riguardo alla liturgia e al celebrare, non soltanto un “sapere”, quanto piuttosto un “saper celebrare”, che – ovviamente – richiede qualcosa di più e di diverso ad ogni fedele e ai presbiteri in particolare.

Alla luce dei primi dati che emergono dalla lettura di questi documenti e di altri che trattano della formazione del clero e della formazione permanente, mi sentirei di suggerire alcuni punti di riferimento per la nostra riflessione.

Innanzitutto domandiamoci qual è la finalità della formazione del clero? Non trattiamo qui dei seminaristi, quanto del clero già “in attività”. Perché dobbiamo formare i preti alla liturgia?

Lo scopo non può che essere quello che la Sacrosanctum Concilium ha ribadito con forza perché insito nella natura stessa della liturgia e, in generale, nella vocazione del popolo di Dio e cioè la «piena, consapevole, attiva partecipazione» (cfr. n.11).

È interessante notare che durante gli anni di insegnamento, quando si parla ai seminaristi o quando capita di parlare ai preti riguardo alla necessità di educarci e di formarci ad una autentica partecipazione alla liturgia, si nota sempre un po’ di sorpresa. Evidentemente, manca una consapevolezza che spinga anche chi presiede una celebrazione a curare la propria partecipazione, forse dandola per scontata e compresa nell’atto del presiedere.

La finalità della formazione del clero, quindi, non può che essere questa: un’attenzione, una cura verso la «piena, consapevole, attiva partecipazione». Parole che non sono inopportune o superflue neanche per i sacerdoti: anzi, forse proprio qui sta un po’ il punto su cui bisogna fare un passo in avanti.

Naturalmente, e questo vale in generale e non soltanto per i sacerdoti, va ricordato insistentemente che la partecipazione, non si esaurisce nell’esecuzione formale del rito, ma è partecipazione singolare al mistero di Dio, che nella celebrazione viene resa possibile “per ritus et preces”.

Quali possono essere le vie per una efficace formazione del clero?

Una via è sicuramente l’insegnamento che, sebbene abbia un suo specifico tratto e un suo momento fondamentale nel tempo del seminario, non si può dichiarare concluso con esso.

La liturgia, considerata sotto l’aspetto teologico, storico e giuridico, ma anche il cosiddetto aggiornamento, cioè l’approfondimento di quanto già appreso, interessa e abbraccia tutto l’arco del ministero del sacerdote. Per questo è necessario investirci di più e meglio.

Un’altra via è quella dell’iniziazione, nel senso che anche la formazione ha un suo statuto iniziatico e quindi anche un valore mistagogico che spinge ad aiutare i sacerdoti a rendersi sempre più conto del senso dei riti che celebrano. Anche questo aspetto non deve essere dato per scontato, né considerato esaurito nel momento dell’insegnamento di base.

Una terza via per la formazione del clero è la celebrazione stessa, il celebrare. Credo che questa sia una via da considerarsi oggi privilegiata perché, senza strumentalizzare la celebrazione, sfrutta la quotidiana prassi celebrativa nella convinzione che non ci si forma all’arte del presiedere se non facendone continuamente esperienza.

La celebrazione non ripete ma ogni volta è nuovo evento e inoltre, poiché la vita cristiana è plasmata dalla liturgia («il rito è una forma di vita che forma alla vita»), la celebrazione è una via importante anzi, in questo momento, addirittura fondamentale.

Valorizzando adeguatamente questa via, è poi possibile considerare il “prima” ed il “dopo” celebrativo: ossia, la possibilità di un insegnamento ulteriore, di un cammino e di un approfondimento del senso dei riti che può scaturire dall’esperienza, e quindi dalla celebrazione stessa, come luogo dove ci si forma in modo sostanziale allo stesso celebrare.

Chi è responsabile della formazione del clero?

La ‘Pastores dabo vobis’ in questo dà un’indicazione utile. Innanzitutto ogni singolo prete è da coinvolgere responsabilmente per il ministero che ha ricevuto e, considerando anche il complesso contesto in cui è chiamato a vivere il suo servizio pastorale, è da evitare la semplice tentazione di un attivismo che esaspera l’abbandonarsi alla routine e un ritualismo formale ripetitivo delle cose.

Spesso emerge anche una sorta di presunzione che – forse per un atteggiamento psicologico di difesa – spesso condiziona il modo di avvicinarsi e di vivere la liturgia. È una presunzione che fa credere di possedere gli elementi fondamentali dell’agire liturgico e che basti poco per imparare a “dir messa”, o di avere un’esperienza tale da aver altro da imparare. Questa è una presunzione pericolosa perché chiude le porte ad una sana formazione liturgica e ministeriale e impedisce che la propria esperienza entri in un dialogo costruttivo con altre realtà.

Certamente fra i responsabili della formazione bisogna annoverare il Vescovo e forse per il Vescovo stesso bisognerebbe pensare ad una possibilità di formazione perché la grazia di stato non può certo supplire ad una sempre maggior consapevolezza che dovrebbe animare il ministero del Vescovo-liturgo. Ricordo quanto fu positiva l’esperienza di formazione liturgica per i vescovi promossa dalla nostra CEI qualche anno fa. È giusto avere un’attenzione nei confronti di chi ha responsabilità nella formazione del clero e, non so come, ma credo che si debba escogitare qualcosa anche per i Vescovi.

Una realtà importante, da considerare quando parliamo di responsabilità della formazione del clero è il presbiterio diocesano.

Nell’ultima assemblea CEI, il Vescovo Monari ha parlato a lungo ed approfonditamente del presbiterio come di un luogo importante per la vita e per la formazione dei presbiteri, quindi anche riguardo alla liturgia. Verrebbe istintivamente da pensare che momenti da proporre per la formazione alla liturgia dovrebbero essere giornate di studio, sedute di riflessione, ecc. Una delle prime cose da fare invece è la cura delle celebrazioni ed in particolare di quelle che vedono coinvolto il presbiterio: celebrazioni che si vivono nei momenti di incontro a livello diocesano e anche ultra-diocesano, celebrazioni che hanno luogo laddove i presbiteri si ritrovano (esercizi spirituali, convegni e quant’altro). È necessaria una cura particolare di queste celebrazioni, che non venga vista semplicemente nell’ottica della realizzazione asettica di uno spartito o che si accontenti di qualche cambiamento formale di poco conto. [...].

In generale, ritengo utile anche quanto viene proposto nei convegni sia come momento di incontro e confronto che di approfondimento, ma sono da considerarsi come supporto ad un progetto più globale ed articolato.

[autore: vescovo Claudio Maniago, febbraio 2007]

[nota a cura di Paolo Bottini: per ulteriore approfondimento sull'argomento "formazione liturgica del clero", si consulti il n. 2/2007 di "Rivista Liturgica" il cui sommario è descritto cliccando QUI]

mercoledì 22 agosto 2012

L'attualità del motu proprio «Tra le sollecitudini» di S. Pio X papa



Gentili e pazienti lettori,

in occasione della festa liturgica di S. Pio X [1], celebratasi ieri 21 agosto, desidero approfittare per commentare alcuni passi del suo celebre motu proprio «Tra le sollecitudini» sulla musica sacra [2], promulgato dal santo papa solamente poco più di tre mesi dalla sua elezione... nell'attesa di un nuovo sospirato documento papale sulla musica sacra che speriamo possa essere promulgato quanto prima [3]!

Non basta, infatti, raccomandare che nella scelta dei canti liturgici «occorre evitare la generica improvvisazione o l'introduzione di generi musicali non rispettosi del senso della liturgia» [4], bisognerebbe fermamente, come Pio X, quasi intimare che «Nulla adunque deve occorrere nel tempio che turbi od anche solo diminuisca la pietà e la devozione dei fedeli, nulla che dia ragionevole motivo di disgusto o di scandalo, nulla soprattutto che direttamente offenda il decoro e la santità delle sacre funzioni [...] [5]».

E qui c'è subito da chiedersi serenamente: cosa oggi può dare veramente scandalo - e a chi - nel canto della Chiesa? Questo? oppure questo? ... e perché non questo?!

E giusto a proposito di canto gregoriano, oggidì, a più di cento anni dal documento di Pio X - e a ormai cinquant'anni dalla nota (e purtroppo ambigua!) raccomandazione conciliare di SC 116 [6] - è ben lungi dall'essere attuato il pio pïano proposito «di restituire il canto gregoriano nell’uso del popolo, affinché i fedeli prendano di nuovo parte più attiva all’officiatura ecclesiastica, come anticamente solevasi».

Eh eh... il canto gregoriano (quello vero, non la messa "de angelis") non può e mai potrà essere cantato da una qualsivoglia comune assemblea liturgica, se non da un coro specializzato e condotto da sapiente conoscitore della sacra melopea!

Purtuttavia sono certo che coloro che oggi frequentano la messa domenicale [7] sarebbero tranquillamente in grado (opportunamente educati e guidati da persone esperte, ovvero professionisti della musica!) di cantare le placide antifone gregoriane del "Graduale simplex" (come ad esempio questa )...

Ma quanti parroci (primi responsabili, dopo il vescovo, dell'educazione liturgica del proprio gregge) avranno mai sentito parlare di questo prezioso strumento per il canto liturgico della Chiesa che si chiama "Graduale simplex"? [7bis]!...

Ma l'ostracismo verso il gregoriano è dato sostanzialmente non verso la melodia in sè, bensì verso la lingua latina stessa!

Aveva ben da raccomandare Pio X che «Il testo liturgico deve essere cantato come sta nei libri, senza alterazione o posposizione di parole, senza indebite ripetizioni, senza spezzarne le sillabe e sempre in modo intelligibile ai fedeli che ascoltano»!

Certo, ora che i «libri» liturgici utilizzati sono tutti tradotti in lingua nazionale, sarebbe sì una grossa conquista che i compositori avessero agio a comporre melodie sopra i testi ufficiali del messale: parlo delle antifone di introito, offertorio e comunione le quali invece, regolarmente sostituite da qualsivoglia altro tipo di canto (e miracolo se ci azzecca con la liturgia del giorno!), vengono beatamente accantonate...

Prossimamente uscirà la nuova traduzione italiana del Messale Romano [8]: si potrebbe, allora, tentare qualche esperimento di verbo-melodismo anche sui nuovi testi che appariranno, sperando siano apparati un poco metricamente dai traduttori (che già hanno combinato assurde prolissità e anti-metricità nei ritornelli ai salmi responsoriali del nuovo Lezionario [9], rendendone difficile la messa in musica nonché la fruibilità da parte delle assemblee liturgiche!).

Tutti i nostri sforzi di musicisti di chiesa, tuttavia, saranno vani se «Nelle ordinarie lezioni di liturgia, di morale, di [diritto] canonico che si danno agli studenti di teologia» nei seminari, si tralascerà «di toccare quei punti che più particolarmente riguardano i principii e le leggi della musica sacra»: solo in questo modo i novelli sacerdoti non giungeranno nelle parrocchie «digiuni di tutte queste nozioni, pur necessarie alla piena cultura ecclesiastica».

In proposito nel 2006 i vescovi italiani hanno promulgato la terza edizione dei programmi di studio per i Seminari [10] nei quali è ben delineato quale deve essere il corso di "musica sacra" per gli studenti nei seminari [11]... o meglio dovrebbe essere, dato che la materia è spesso relegata - proprio come nella scuola pubblica italiana - ad ultima degna di essere considerata, se non addirittura assente dai programmi di studio!

Eppure nel 2009 il cardinale arcivescovo di Bologna Caffarra se ne uscì affermando «In questo momento la musica è una vera necessità, più della pittura e dell'architettura, perché NON POSSIAMO PIÙ CELEBRARE L'EUCARISTIA CON DELLA MUSICA INSIGNIFICANTE» [12]: coraggiosa ammissione del marcio liturgico-musicale di questi decenni... chissà che Sua Eminenza diventi capofila tra i vescovi italiani della vera attuazione della riforma liturgico-musicale nella Chiesa italiana...

Riforma che potrebbe cominciare fin d'ora nelle nostre parrocchie, nascondendo alla vista dei fedeli tutti i cantori, musici e organisti!

Sì, avete capito bene: l'agitarsi tra presbiterio e navata di suonatori più o meno competenti, l'aprirsi di bocche di cantori più o meno intonati, le chironomie più o meno efficaci di direttori di coro, animatori e affini, non fanno altro che distrarre il fedele che assiste alla messa, il quale ha già la sua pena nell'essere costretto a sopportare i monotoni recitativi del sacerdote che si pone davanti all'assemblea come un (pessimo) conferenziere, sempre meno solennemente come vero ’datore di sacro‘!

In altre parole: chi fa musica e canto corale nel rito non dovrebbe essere visibile ai fedeli, pena la corruzione della comunicazione del sacro tra presbiterio e assemblea (diamine, è tanto semplice: vi siete mai chiesti perché nel teatro d'opera l'orchestra è nascosta al pubblico?!)...

Detto ciò, capirete che non suona affatto come desueta la raccomandazione di Pio X che reputava «conveniente che i cantori, mentre cantano in chiesa» non solo «se trovansi in cantorie troppo esposte agli occhi del pubblico, siano difesi da grate» ma addirittura «vestano l’abito ecclesiastico e la cotta»: se, ad esempio in Vaticano, quest'ultima raccomandazione è ancora oggi regola, la prima invece è regolarmente disattesa [13].

Cari musicisti di chiesa che leggete queste mie sparse riflessioni, ricordatevi ad ogni modo sempre di non farvi esaltare in maniera soverchiante dalla musica quando suonate nel culto divino: la musica, infatti, «pel piacere che direttamente produce e che non sempre torna facile contenere nei giusti termini», rischia di estraniarci da ciò che il rito esprime in quel preciso ‘hic et nunc’!

A riguardo è ancora il santo papa ad affermare risolutamente che «In generale è da condannare come abuso gravissimo, che nelle funzioni ecclesiastiche la liturgia apparisca secondaria e quasi a servizio della musica, mentre la musica è semplicemente parte della liturgia e sua umile ancella».

Per questo motivo, ribadisco, chi fa musica e canto corale nel culto divino dovrebbe, innanzitutto, essere nascosto agli occhi (ingenui e curiosi) dei fedeli che assistono al rito!

Il che per noi organisti vuol dire: via le consolle elettriche dai presbiteri e reinstallazione di grate, o tende, sulle cantorie dalle quali si scorga troppo visibilmente l’organista all’opera e l'enfasi di direttore e coristi nell'interpretare i canti!

Et de hoc satis!

Grazie per la cortese attenzione e cordiali saluti.

Paolo Bottini

22 agosto 2012

_____________________________

[3]

il regnante pontefice si è lasciato sfuggire più di un'occasione per poter mettere i puntini sulle "i": appena eletto tutti si aspettavano un suo intervento in materia di musica, data la forte tempra teologica unita al non indifferente gusto musicale, poi ancora l'anno scorso in occasione del centenario del PIMS... Ma già nel 2003 l'acuto liturgista e musicologo Giacomo Baroffio lamentava l'assenza di un robusto magistero in fatto di musica sacra (a tal proposito ci sono un paio di scritti di Baroffio veramente illuminanti: li posso spedire dietro semplice richiesta) commentando ironicamente il chirografo di Giovanni Paolo II sulla musica sacra. [Torna in cima]

[4]

Benedetto XVI, istruzione apostolica postsinodale "Sacramentum Caritatis", n. 42, Roma, 22 febbraio 2007. [Torna in cima]

[5]

se non diversamente indicato, le citazioni riportato sono tratte dal motu proprio "Tra le sollecitudini" di Pio X. [Torna in cima]

[7]

per conoscere un po' di dati consiglio leggere l'acuta analisi socio-demografica di Marco Marzano "Quel che resta dei cattolici". [Torna in cima]

[7bis]

da non confondersi con il "Graduale triplex": vedine descrizione cliccando QUI. [Torna in cima]

[11]

tra cui la necessità, in primis, della «Conoscenza e uso del repertorio gregoriano fondamentale, che la Chiesa riconosce come proprio della liturgia romana» (sulla scia di SC 115, ma già Pio X auspicava che «Nei seminari dei chierici e negli istituti ecclesiastici, giusta le prescrizioni tridentine, si coltivi da tutti con diligenza ed amore il prelodato canto gregoriano tradizionale, ed i superiori siano in questa parte larghi di incoraggiamento e di encomio coi loro giovani sudditi»): chiedete invece oggi a qualsiasi novello sacerdote se abbia mai avuto tra le mani un "Liber usualis"!... [Torna in cima]

[12]

in "La verità chiede di essere riconosciuta", intervista di Alessandra Borghese, Rizzoli, Bologna 2009. [Torna in cima]

[13]

v. questo video e così il ’buon esempio‘ della Cappella Sistina viene imitato in ogni dove come fatto ovvio et scontato (tra tantissimi video vedasi questo . Sarebbe poi interessante fare ricerche d'archivio nelle parrocchie per scoprire quando sono state scardinate dalle cantorie lignee storiche le provvidenziali grate di cui regolarmente erano provviste (v. un eloquente esempio di grate superstiti in questa chiesa parlermitana ). [Torna in cima]

domenica 19 agosto 2012

Chi l'ha detto che l'organo a trasmissione elettrica ha più dignità liturgica di un organo a trasmissione meccanica?

Egregio signor Bottini,

in tutte le parrocchie che conosco quasi nessuno suona su un organo a trasmissione meccanica.

Anche parroci amanti della buona musica sacra scelgono la console elettrica. E il perché è semplice.

Spesso l'organista è l'unico animatore della liturgia (non ci sono cori, direttori, cantori, animatori ecc.).

E quindi l'organista deve essere ben visibile dall'assemblea (deve guidarla con semplici cenni del capo).

E l'organista deve vedere bene sia l'assemblea che il presbiterio.

Gli organi a trasmissione meccanica non rendono agevoli queste operazioni (spesso si ricorre a specchietti retrovisori tipo camion).

Se proprio si dovesse usare un organo a trasmissione meccanica credo che dovrebbe essere progettato appositamente in modo da rendere facile il contatto visivo fra organista e assemblea.

Cordiali saluti.

Obtrectator organi mechanici


Gentilissimo signor Obtrectator organi mechanici,

scusi se mi permetto: io non ho mai avuto problemi a suonare su un organo a trasmissione meccanica semplicemente perché fin da bambino ero affascinato dalla macchina-organo della mia chiesa e dunque, quando sono stato in grado di suonare alla messa, subito mi sono abituato al servizio liturgico con questo strumento perché lo preferivo fortemente (benché avessi la possibilità di optare per un'arcaica tastiera elettronica GEM posizionabile comodamente tra presbiterio e navata!); poi crescendo ho studiato e mi sono pure diplomato in organo e quindi per me è diventato sempre più agevole e gradevole suonare questo strumento per accompagnare l'assemblea liturgica!

La prego quindi di credermi che la consolle elettrica è inutile per un Organista con la "O" maiuscola: modestia a parte, infatti, credo di essere diventato - dopo più di venti anni di pratica liturgico-musicale - piuttosto bravo ad accompagnare il canto liturgico!

Io gli attacchi dei canti per l'assemblea non li do con il cenno del capo, ma con il cenno della introduzione organistica (preludio) fatta in un certo modo e Le assicuro che l'assemblea - abituatasi ad ascoltare con attenzione cosa 'combina' l'organista - inizia a cantare a tempo e senza bisogno di nessun "chironomo" al microfono!!

Il fatto che nella Sua zona non vi siano organi a trasmissione meccanica, e che Lei non sia in grado di accompagnare il canto liturgico stando ad un organo meccanico, a mio parere non deve essere motivo di netta convinzione da parte Sua che l'organo con la consolle elettrica sia liturgicamente preferibile: è anzi un cattivissimo equivoco in cui cadono spesso non solo gli organisti dilettanti, ma anche i parroci (ignoranti) «amanti della buona musica sacra»! Allora Lei capisce che "liturgico" non è quell'organo la cui consolle è elettrica o il cui corpo sonoro è posto accanto l'altare con l'esecutore ben in vista per i fedeli; al contrario è "liturgico" quell'organo il cui suonatore sa padroneggiare talmente bene il proprio strumento da inserirlo in maniera simbiotica nel culto che va a servire... una bravo organista sa rendere liturgico qualsiasi strumento a tastiera, anche fosse un pianoforte (acustico o elettrico), un 'organo' elettronico, una pianola "Bontempi" degli anni Settanta, un armonium, una celesta, le Onde Martenot...!!

La trasmissione elettrica dal tasto al ventilabro non è nata - come erroneamente molti credono - per facilitare il compito "liturgico" dell'organista, bensì per il puro gusto di una conquista d'avanguardia tecnica: infatti dopo alcuni decenni la trasmissione elettrica è andata quasi in disuso e in percentuale oggi sono molti di più gli organi nuovi costruiti utilizzando la trasmissione meccanica.

Nonostante ciò, gentilissimo signor Obtrectator organi mechanici, Le auguro sempre buona musica.

Paolo Bottini

p.s.:

sul mio "Lingiardi" del 1865 c'è lo specchietto retrovisore puntato sull'altare (come si può vedere pure dalla curiosa fotografia nella pagina: è comodissimo e non mi sembra un motivo valido per costruire una consolle elettrica vicino all'altare!

sabato 21 luglio 2012

Per un sindacato o albo professionale degli organisti italiani

Cari colleghi organisti,

con la presente mi riferisco al gustoso Editoriale del recente numero della rivista "Arte Organaria e Organistica" (lo invio su semplice richiesta) a firma di Umberto Forni, dal quale traspare la crisi del mondo organistico italiano, non solo dal punto di vista del rapporto col culto divino della chiesa cattolica, ma anche in riferimento all'attività culturale e didattica.

In proposito io credo sia giunto il momento che pure in Italia gli organisti DIPLOMATI facciano sentire - finalmente uniti in vera corporazione professionale - le proprie ragioni nei confronti della Chiesa, così come, ad esempio, è stato fatto da tempo in Francia (v. SNAPE)!

Tutti coloro che NON sono in possesso di un titolo di studio accademico in organo e svolgono servizio liturgico da semplici dilettanti, potranno sempre affiliarsi, ad esempio, all'AISC (che, mi risulta, ammette anche dilettanti) o, comunque, non avendo in proposito particolari diritti da difendere (in fatto innanzitutto di legittima remunerazione), potranno comunque perfezionare la propria preparazione musicale e liturgica rivolgendosi agli organismi diocesani preposti o alle scuole musicali civiche o private.

Ma la questione centrale rimane: la Chiesa cattolica italiana (ovvero la Conferenza Episcopale Italiana) avrebbe oggi anche la pur minima intenzione a stringere formali accordi con organisti professionisti oppure no?!

Intanto, chi se la sente di fondare il primo SINDACATO DEGLI ORGANISTI PROFESSIONISTI ITALIANI?!...

Non credete voi, cari colleghi, che solo in questo modo, tutti riuniti, potremo costituire una credibile falange degna di dialogare con la C.E.I.?

Lieto di ricevere il vostro parere, approfitto per salutare tutti cordialmente augurando sempre buona musica.

Paolo Bottini

8 maggio 2012